Nella lista di coloro che vogliono mettere fine al tutto gratis, per ora, non c’è il quotidiano statunitense. Lo ha detto Boisfeulliet Jones Jr, vice presidente della Washington Post Company.
“Wait and see”, ha affermato Mr Jones. Ovvero aspettare e vedere cosa fanno gli altri.
Il New York Times dal 2011 dovrebbe lanciare la formula dell’abbonamento elastico. Ovvero consentire la visualizzazione degli articoli ai visitatori occasionali. Dopo un certo numero di consultazioni scatta la richiesta di pagamento. La formula è soft, ma la sostanza non cambia: si paga.
La medesima scelta è adottata dal Financial Times, sottoscrizione dopo 10 articoli letti. Il Wall Street Journal per gli articoli di maggior valore chiede l’abbonamento, al prezzo di 1,99 dollari la settimana.
I dubbi del Post sono un bel segnale sui rischi del passaggio a un sistema chiuso. La formula a pagamento è quelle più facile, la reazione riflessa. Tutto da verificare che sia quella giusta.
Perplessità condivise pure in Italia, paese storicamente reticente ai pagamenti, soprattutto se si tratta di acquistare merce considerata oramai gratuita ex lege.
Ecco cosa ha detto Maurizio Costa amministratore delegato di Mondadori: “il modello di business dell'editoria digitale non è legato a un sistema di pagamento dei siti, un sistema molto difficile da consolidare”.
Il futuro dirà se questa sarà la scelta degli editori italiani, oppure se qualcuno si farà sedurre da sottoscrizioni e abbonamenti.
Forse Il Sole 24 Ore? Secondo alcune voci, il quotidiano di Confindustria potrebbe passare al pagamento, almeno per una parte dei suoi contenuti.
martedì 27 aprile 2010
lunedì 26 aprile 2010
News online e tasse
Secondo rivelazioni Nielsen per Nova 24 (pagina 12, allegato a Il Sole 24 Ore del 22 aprile 2010) i primi cinque siti d’informazione raccolgono l’80% del traffico. In un anno i lettori di news online sono passati da 10,8 a 14 milioni. La crescita del traffico sui siti di notizie ha registrato un incremento del 28% più della crescita media di internet(+10%).
Ancora Nielsen, negli Usa, ha registrato un record, nel periodo gennaio – aprile, per i siti dei quotidiani: 74,4 milioni di utenti unici per mese, ovvero il 37% di tutti navigatori della rete.
Nonostante questi risultati, gli editori sono alle prese con pressanti problemi di bilancio.
Sul finire della scorsa settimana, la Fieg, per bocca del sui presidente Carlo Malinconico, ha proposto l’introduzione di un’imposta da fare pagare a tutti gli utenti internet. Sarebbe una soluzione temporanea, destinata a creare un fondo per le case editrici.
La proposta ha sollevato numerose proteste. L’uso dello strumento fiscale è odioso, sia perché colpisce tutti, anche chi usa la rete solo per giocare, sia perché è il consueto ricorso al pubblico e alle tasche dei cittadini. Quasi un premio all’inazione.
Ma sparare sugli editori è sciocco. I dati sul traffico sono chiari. I siti dei giornali sono quelli più frequentati. L’informazione tradizionale, pur declinata in bit, è tutt’altro che morta.
Resto convinto che, per la maggior parte dei lettori, la novità è l’accesso alle notizie gratis, su un monitor. Il popolo di chi s’informa sui blogger, sui siti iper-verticali delle università o dei centri di ricerca è piccolo, di nicchia.
La maggioranza continua ad aver bisogno dell’intermediazione di giornalisti alle dipendenze di testate, regolarmente "registrate e vidimate"
Un orizzonte che non può non gettare nella più cupa delle frustrazioni gli editori, sempre più popolari, sempre più poveri. L’introduzione di una tassa serve a poco, perché non è una svolta strutturale. Per quella occorre percorrere nuove strade, trovare diversi modelli di business (per esempio un mix tra lettura gratuita e a pagamento, tool di servizi), che possano valorizzare le performance sul web.
Ancora Nielsen, negli Usa, ha registrato un record, nel periodo gennaio – aprile, per i siti dei quotidiani: 74,4 milioni di utenti unici per mese, ovvero il 37% di tutti navigatori della rete.
Nonostante questi risultati, gli editori sono alle prese con pressanti problemi di bilancio.
Sul finire della scorsa settimana, la Fieg, per bocca del sui presidente Carlo Malinconico, ha proposto l’introduzione di un’imposta da fare pagare a tutti gli utenti internet. Sarebbe una soluzione temporanea, destinata a creare un fondo per le case editrici.
La proposta ha sollevato numerose proteste. L’uso dello strumento fiscale è odioso, sia perché colpisce tutti, anche chi usa la rete solo per giocare, sia perché è il consueto ricorso al pubblico e alle tasche dei cittadini. Quasi un premio all’inazione.
Ma sparare sugli editori è sciocco. I dati sul traffico sono chiari. I siti dei giornali sono quelli più frequentati. L’informazione tradizionale, pur declinata in bit, è tutt’altro che morta.
Resto convinto che, per la maggior parte dei lettori, la novità è l’accesso alle notizie gratis, su un monitor. Il popolo di chi s’informa sui blogger, sui siti iper-verticali delle università o dei centri di ricerca è piccolo, di nicchia.
La maggioranza continua ad aver bisogno dell’intermediazione di giornalisti alle dipendenze di testate, regolarmente "registrate e vidimate"
Un orizzonte che non può non gettare nella più cupa delle frustrazioni gli editori, sempre più popolari, sempre più poveri. L’introduzione di una tassa serve a poco, perché non è una svolta strutturale. Per quella occorre percorrere nuove strade, trovare diversi modelli di business (per esempio un mix tra lettura gratuita e a pagamento, tool di servizi), che possano valorizzare le performance sul web.
venerdì 23 aprile 2010
La dittatura del territorio
La Lega Nord vince le elezioni perché è presente sul territorio. Nuove iniziative editoriali puntano su giornali radicati sul territorio. La pubblicità funziona meglio se diffusa sul territorio.
Dunque il territorio. Ma cos’è? Il quartiere? Il paese? La città? La regione? Oppure è il ducato? O il principato?
E quali sono le notizie del territorio? Una buca da asfaltare? I marocchini al semaforo? I treni in ritardo?
Però il partito/giornale difende i valori del territorio? Già, ma quali? Quelli dell’omelia del prete della parrocchia “sotto il monte”? E se quelli giusti fossero nell’omelia del prete della parrocchia di “sopra il monte”?
La risposta a una società infinitamente più complessa, rispetto a quella di solo qualche anno fa – connessa, più vicina nel suo insieme – sembra sia – forse per autodifesa, generata anche dalla paura – la semplificazione. Che non è reale, è un prodotto virtuale.
E così a Milano si mangia il panettone, a Napoli la pizza. A Roma l’abbacchio.
Dunque il territorio. Ma cos’è? Il quartiere? Il paese? La città? La regione? Oppure è il ducato? O il principato?
E quali sono le notizie del territorio? Una buca da asfaltare? I marocchini al semaforo? I treni in ritardo?
Però il partito/giornale difende i valori del territorio? Già, ma quali? Quelli dell’omelia del prete della parrocchia “sotto il monte”? E se quelli giusti fossero nell’omelia del prete della parrocchia di “sopra il monte”?
La risposta a una società infinitamente più complessa, rispetto a quella di solo qualche anno fa – connessa, più vicina nel suo insieme – sembra sia – forse per autodifesa, generata anche dalla paura – la semplificazione. Che non è reale, è un prodotto virtuale.
E così a Milano si mangia il panettone, a Napoli la pizza. A Roma l’abbacchio.
giovedì 22 aprile 2010
Google, operazione trasparenza
Sul blog ufficiale è disponibile la mappa delle richieste d’informazioni degli Stati al motore di ricerca.
Non è sempre censura, spesso dietro all’azione dei governi ci sono indagini contro il crimine e la pedo-pornografia.
Non è sempre censura, spesso dietro all’azione dei governi ci sono indagini contro il crimine e la pedo-pornografia.
Editoria professionale in salsa tecnologica
Figlia di un dio minore. Polverosa. L’editoria professionale non gode di una grande fama tra gli addetti ai lavori. Giudizio formulato più sulla scarsa conoscenza che su dati reali. Perché il settore ha sempre mostrato un’ottima capacità nell’interpretare i cambiamenti.
Le soluzioni innovative, a volte anche artigianali, sono ben presenti nel suo modo di fare informazione.
Negli anni ’90 gli editori di settore lanciarono i cd-rom come prodotti editoriali di successo.
E ancora: erano inviate newsletter quotidiane via etere – una specie di televideo -, leggibili da pc.
Fino alle soluzioni caserecce, come mandare fax di aggiornamento agli abbonati.
Indubbiamente una buona dose di creatività, coadiuvata da precisa conoscenza dei bisogni informativi dei lettori.
Predisposizione all’innovazione che non si è persa nel tempo.
Ipsoa editore (Wolters Kluwer) da quasi un anno ha una piattaforma di blog – Postilla - per avvocati, commercialisti e operatori giuridici in genere.
I quotidiani normativi (da Ipsoa e Eutekne i più completi), disponibili a pagamento, sono nuovi non solo nella forma adottata, ma anche nel linguaggio utilizzato
Il gruppo Maggioli, invece, offre interessanti soluzioni per il mobile.
Le soluzioni proposte possono far sorridere chi si occupa di web, eppure per questo settore – così di nicchia, così legato alla tradizione e alle “corporazioni” – lo sforzo è tutt’altro che irrilevante. Anzi dimostra una capacità di adattamento al ecosistema informativo d’inizio millennio, poco conosciuta nell’editoria cosiderata più nobile.
Le soluzioni innovative, a volte anche artigianali, sono ben presenti nel suo modo di fare informazione.
Negli anni ’90 gli editori di settore lanciarono i cd-rom come prodotti editoriali di successo.
E ancora: erano inviate newsletter quotidiane via etere – una specie di televideo -, leggibili da pc.
Fino alle soluzioni caserecce, come mandare fax di aggiornamento agli abbonati.
Indubbiamente una buona dose di creatività, coadiuvata da precisa conoscenza dei bisogni informativi dei lettori.
Predisposizione all’innovazione che non si è persa nel tempo.
Ipsoa editore (Wolters Kluwer) da quasi un anno ha una piattaforma di blog – Postilla - per avvocati, commercialisti e operatori giuridici in genere.
I quotidiani normativi (da Ipsoa e Eutekne i più completi), disponibili a pagamento, sono nuovi non solo nella forma adottata, ma anche nel linguaggio utilizzato
Il gruppo Maggioli, invece, offre interessanti soluzioni per il mobile.
Le soluzioni proposte possono far sorridere chi si occupa di web, eppure per questo settore – così di nicchia, così legato alla tradizione e alle “corporazioni” – lo sforzo è tutt’altro che irrilevante. Anzi dimostra una capacità di adattamento al ecosistema informativo d’inizio millennio, poco conosciuta nell’editoria cosiderata più nobile.
martedì 20 aprile 2010
Si legge di più, si comprano meno giornali
Sono le nuove tecnologie, bellezza. Si guarda di più la televisione, si leggono più notizie, si spende più tempo nei social network. Ma si comprano meno quotidiani e i lettori sono poco propensi a sottoscrivere abbonamenti online.
La fotografia del consumatore moderno arriva dal Regno Unito, grazie a un’indagine realizzata da Kpmg (pubblicata sul The Guardian).
E’ il paradosso dell’evo tecnologico, la società iper-informata, quella della comunicazione di massa, sembra voler fare a meno di chi fa le notizie. La diffusione dei giornali britanni è in picchiata: - 16% rispetto a un anno fa. Su paidContent:Uk sono riportati i dati delle vendite aggiornati al 16 aprile.
Due dati del lavoro di Kpmg da evidenziare: l’88% degli intervistati dice di usufruire notizie in modalità gratuita, solo il 10% è disposto a pagare.
Dunque c’è una forte domanda che però non aumenta i prezzi. Meccanismo che, peraltro, s’innesca in presenza di un’offerta scarsa. La conclusione sembra abbastanza ovvia: l’offerta di notizie è abbondante.
Gli editori che stanno pianificando svolte a pagamento dovranno fare bene i loro conti. Soprattutto se agiscono in ordine sparso.
La fotografia del consumatore moderno arriva dal Regno Unito, grazie a un’indagine realizzata da Kpmg (pubblicata sul The Guardian).
E’ il paradosso dell’evo tecnologico, la società iper-informata, quella della comunicazione di massa, sembra voler fare a meno di chi fa le notizie. La diffusione dei giornali britanni è in picchiata: - 16% rispetto a un anno fa. Su paidContent:Uk sono riportati i dati delle vendite aggiornati al 16 aprile.
Due dati del lavoro di Kpmg da evidenziare: l’88% degli intervistati dice di usufruire notizie in modalità gratuita, solo il 10% è disposto a pagare.
Dunque c’è una forte domanda che però non aumenta i prezzi. Meccanismo che, peraltro, s’innesca in presenza di un’offerta scarsa. La conclusione sembra abbastanza ovvia: l’offerta di notizie è abbondante.
Gli editori che stanno pianificando svolte a pagamento dovranno fare bene i loro conti. Soprattutto se agiscono in ordine sparso.
lunedì 19 aprile 2010
Portali generalisti: così tutti uguali
Il titolo è la parafrasi di un articolo di Aldo Grasso pubblicato sul Corriere: Tg generalisti: così tutti uguali.
Partendo dall’esame dell’audience dei telegiornali, in sensibile calo a parte i tg su satellite e digitale terrestre, il critico televisivo conclude con un interrogativo: “I tg generalisti si assomigliano tutti, sempre di più: sarà questa la ragione per cui in tanti iniziano a cercare altre modalità per informarsi?”.
Forse sì, i lettori hanno oggi diversi canali per informarsi. Ma lo spettro dell’omologazione è presente ovunque. Anche su web.
La maggior parte degli utenti in rete utilizza i portali generalisti che non sono un esempio di originalità. Per Il taglio degli articoli, per gli argomenti e per i servizi. E lo stesso dicasi per Repubblica, Corriere e La Stampa nelle versioni online.
Sembra quasi che la diversità – nel sistema informativo attuale – si realizzai attraverso la moltiplicazione dei media – giornali, Tv, web, mobile -, ma che questo – in applicazione della legge economica della scarsità delle materie prime, ovvero le notizie – costringa il sistema a ripetersi, nei formati e negli argomenti. Un po’ come nei canali sat verticali: dovendo trasmettere programmi per 24 ore al giorno, tutti i giorni del mese, per tutti i mesi dell'anno, si riempiono i palinsesti di repliche.
Partendo dall’esame dell’audience dei telegiornali, in sensibile calo a parte i tg su satellite e digitale terrestre, il critico televisivo conclude con un interrogativo: “I tg generalisti si assomigliano tutti, sempre di più: sarà questa la ragione per cui in tanti iniziano a cercare altre modalità per informarsi?”.
Forse sì, i lettori hanno oggi diversi canali per informarsi. Ma lo spettro dell’omologazione è presente ovunque. Anche su web.
La maggior parte degli utenti in rete utilizza i portali generalisti che non sono un esempio di originalità. Per Il taglio degli articoli, per gli argomenti e per i servizi. E lo stesso dicasi per Repubblica, Corriere e La Stampa nelle versioni online.
Sembra quasi che la diversità – nel sistema informativo attuale – si realizzai attraverso la moltiplicazione dei media – giornali, Tv, web, mobile -, ma che questo – in applicazione della legge economica della scarsità delle materie prime, ovvero le notizie – costringa il sistema a ripetersi, nei formati e negli argomenti. Un po’ come nei canali sat verticali: dovendo trasmettere programmi per 24 ore al giorno, tutti i giorni del mese, per tutti i mesi dell'anno, si riempiono i palinsesti di repliche.
domenica 18 aprile 2010
il Post, un nuovo quotidiano online
Debutta martedì prossimo il giornale diretto da Luca Sofri. Cinque redattori, individuati attraverso la rete, con l'intenzione di rifarsi ai siti d'informazione online come come Huffington Post, Daily Beast e Slate.
Il quotidiano nasce - secondo le parole dello stesso Sofri - con lo scopo di diventare un aggregatore, dove le notizie non saranno prodotte, ma raccontate. "Qualità e velocità" i punti di forza per competere con i giornali nazionali.
La raccolta pubblicitaria sarà la principale risorsa per finanziare la società, di cui fa parte Banzai, che amministra il Post.
Il quotidiano nasce - secondo le parole dello stesso Sofri - con lo scopo di diventare un aggregatore, dove le notizie non saranno prodotte, ma raccontate. "Qualità e velocità" i punti di forza per competere con i giornali nazionali.
La raccolta pubblicitaria sarà la principale risorsa per finanziare la società, di cui fa parte Banzai, che amministra il Post.
venerdì 16 aprile 2010
Giornalismo dal basso o comunicazione di massa?
Marco Pratellesi, Mediablog, riporta l’intervento di David Randall, senior editor del settimanale Independent on Sunday di Londra, tenuto in occasione del seminario di formazione “Giornalisti nonostante” (Roma).
Il giornalista britannico è critico verso il citizen journalism e i blogger.
«… l’idea che i cittadini giornalisti vadano a sostituire persone come noi è assolutamente folle. È come parlare di un cittadino dentista. Quello che noi siamo è una risorsa. La maggior parte dei blogger sono lì seduti in camera in pigiama, si grattano la testa e scrivono quello che pensano, ma è semplicemente quello che pensano», ha detto Randall.
Forse la critica è troppo dura e l’immagine di principianti in pigiama esagerata, ma condivido la critica. E con questo non voglio difendere ordini e corporazioni di mestiere.
Per raccontare dei fatti è necessario un bagaglio professionale. Imprescindibile. Non è un caso che i blog più diffusi della Penisola appartengano giornalisti.
La blogosfera, Twitter e suoi simili, sono importantissimi, ma rappresentano una fonte. Materiale da valutare e plasmare per realizzare la notizia. Oppure sono un canale, un media.
Ovviamente accanto a un giornalismo di qualità può coesistere la comunicazione di massa che in qualche caso è pure informazione. Ma non sempre.
E’ il caso, per esempio, di Twitter, spesso citato come un nuovo modo di fare giornalismo dal basso. Prendiamo due tragici eventi dello scorso anno. Il terremoto de L’Aquila e l’incidente aereo in Brasile.
Primo caso. La comparsa su Twitter di messaggi a pochi minuti dall’evento è portata come case history dell’efficienza del social network. E’ vero, i post hanno anticipato le agenzie giornalistiche, ma non hanno fatto giornalismo. Hanno comunicato un evento, sotto la pressione dell’emozione. Fatti “grezzi”, da valutare. Il blocco di marmo per lo scultore.
Secondo caso, l’incidente aereo. Come se la sono cavata i giornalisti di base? Male. Qui l’accesso all'evento è stato a totale appannaggio dei professionisti. Senza testate, senza giornalisti. Senza la filiera produttiva dell’informazione, i blogger avrebbero scritto poco – o nulla –.
Il giornalista britannico è critico verso il citizen journalism e i blogger.
«… l’idea che i cittadini giornalisti vadano a sostituire persone come noi è assolutamente folle. È come parlare di un cittadino dentista. Quello che noi siamo è una risorsa. La maggior parte dei blogger sono lì seduti in camera in pigiama, si grattano la testa e scrivono quello che pensano, ma è semplicemente quello che pensano», ha detto Randall.
Forse la critica è troppo dura e l’immagine di principianti in pigiama esagerata, ma condivido la critica. E con questo non voglio difendere ordini e corporazioni di mestiere.
Per raccontare dei fatti è necessario un bagaglio professionale. Imprescindibile. Non è un caso che i blog più diffusi della Penisola appartengano giornalisti.
La blogosfera, Twitter e suoi simili, sono importantissimi, ma rappresentano una fonte. Materiale da valutare e plasmare per realizzare la notizia. Oppure sono un canale, un media.
Ovviamente accanto a un giornalismo di qualità può coesistere la comunicazione di massa che in qualche caso è pure informazione. Ma non sempre.
E’ il caso, per esempio, di Twitter, spesso citato come un nuovo modo di fare giornalismo dal basso. Prendiamo due tragici eventi dello scorso anno. Il terremoto de L’Aquila e l’incidente aereo in Brasile.
Primo caso. La comparsa su Twitter di messaggi a pochi minuti dall’evento è portata come case history dell’efficienza del social network. E’ vero, i post hanno anticipato le agenzie giornalistiche, ma non hanno fatto giornalismo. Hanno comunicato un evento, sotto la pressione dell’emozione. Fatti “grezzi”, da valutare. Il blocco di marmo per lo scultore.
Secondo caso, l’incidente aereo. Come se la sono cavata i giornalisti di base? Male. Qui l’accesso all'evento è stato a totale appannaggio dei professionisti. Senza testate, senza giornalisti. Senza la filiera produttiva dell’informazione, i blogger avrebbero scritto poco – o nulla –.
giovedì 15 aprile 2010
iPad, tutti felici. Ma il web è altra cosa
Un articolo di Maria Conde, postato da Editors Weblog, passa in rassegna le recensioni pubblicate sui più diffusi quotidiani in lingua inglese. I giudizi sono unanimemente positivi.
Ipad convince sia come computer ultrasottile sia come e-reader.
Io sono convinto che il nuovo prodotto avrà un ottimo successo come device per giochi (il 35% dei download), per lavorare (pure), per navigare.
I giornali, invece, faranno molta fatica ad affermasi. Perché sono applicazioni chiuse. Gli utenti sono abituati a leggere news sul web, potendo contemporaneamente condividere contenuti, passare da un sito all’altro. Insomma quello fanno tutti i giorni in rete. Almeno fino a oggi.
Per quale motivo dovrebbero tornare al passato, dovendo pure pagare un prezzo?
Ipad convince sia come computer ultrasottile sia come e-reader.
Io sono convinto che il nuovo prodotto avrà un ottimo successo come device per giochi (il 35% dei download), per lavorare (pure), per navigare.
I giornali, invece, faranno molta fatica ad affermasi. Perché sono applicazioni chiuse. Gli utenti sono abituati a leggere news sul web, potendo contemporaneamente condividere contenuti, passare da un sito all’altro. Insomma quello fanno tutti i giorni in rete. Almeno fino a oggi.
Per quale motivo dovrebbero tornare al passato, dovendo pure pagare un prezzo?
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