lunedì 9 maggio 2011

Fatica digitale

Headlines and Deadlines racconta e fornisce qualche consiglio (qui) sulla moderazione dei commenti condivisi su Facebook (c’è pure la segnalazione di una guida pubblicata da Buddy Media).
In sintesi: sono richiesti più risorse, più fatica. Più attenzione per conquistare/mantenere la parziale attenzione dei lettori.

Il lavoro necessario per creare comunità educate, proattive e in grado di generare feed back economici validi, è notevole e distribuito su tempistiche medio-lunghe. Ostacolo non da poco che spinge spesso gli editori a usare i media sociali come aggregatori. Scelta forse da criticare, ma che non mi sento di condannare.

venerdì 6 maggio 2011

iWatch

Nuova iniziativa del Center for Public Integrity (qui, via Editor & Publisher e qui). Ottimo lavoro di giornalismo d’inchiesta. La grafica, estremamente essenziale, fa emergere in tutta la sua forza la parola, assoluta protagonista del sito. Un prodotto da seguire (e leggere).

mercoledì 4 maggio 2011

Il silenzio della lettura

Le vicende che hanno portato all’individuazione e all’uccisione di bin Laden sono state raccontate da tutti i quotidiani in più pagine. Ricostruzioni grafiche, opinioni, foto.
Il racconto è diventato storia. Un inizio, l’intreccio, la chiusura. C’è, ed è percepita, una soluzione di continuità. C’è la sensazione – reale – di avere del tempo a disposizione: per riflettere, sviluppare ragionamenti. Anche l’eventuale necessità di cercare altri approfondimenti si muove lungo coordinate temporali “lente”.
Quella dei giornali di carta è una dimensione di silenzio della lettura che, per me – adottato digitale –, non solo è conosciuta, ma considero irrinunciabile nel percorso della comprensione della realtà.

La comunicazione digitale ha tempi veloci, produce rumore, si sviluppa su coordinante non lineari. Con tutta probabilità è l’ecosistema di riferimento per la cosiddetta generazione Y, quella nata e cresciuta tra computer e smartphone, tablet.
Mi chiedo se l’orizzonte che si sta formando non possa alla lunga nuocere all’intero sistema dell’informazione e alla formazione di cittadini consapevoli.

Il flusso – enorme – di tweet, post e bit, contiene sicuramente potenzialità informative fino a ieri sconosciute, ma – nello stesso tempo – genera una conoscenza “isterica” e comunque superficiale.
Forse domani il ruolo di editori e giornalisti sarà quello di produttori filtranti (dei contenuti generati dalla reti digitali). Forse. E a un patto: che ci siano ancora lettori interessati (e in numero sufficiente) ad andare oltre a un feed di notizie.

martedì 3 maggio 2011

Da Three Mile Island a Fukushima

Tiago Veloso racconta (qui, via Vizworld), attraverso una raccolta di info-grafiche e video, provenienti da fonti diverse, la storia del nucleare civile nell’arco di tempo compreso fra gli incidenti più gravi.
Un lavoro efficace. In linea con i tempi del web e in grado di indicare una delle possibili direzioni del lavoro di giornalista, ovvero agente di mediazione (e selezione) tra i fatti, la rappresentazione disintermediata digitale e il lettore finale.

venerdì 29 aprile 2011

Il dilemma dell’attenzione

Il flusso di dati e informazioni generato dalle reti digitali consolida un rapporto di attenzione parziale e sfuggente. Tricia Torres, qui ("What role will develop in social media to replace traditional editors?", via Soshable), dice che, con la diffusione dei social media, i lettori devono acquisire la capacità di distinguere le notizie attendibili tra il rumore di fondo.

Dunque in una realtà a bassa attenzione, più attenzione nel valutare le fonti. Che sia il prezzo da pagare per voler rinunciare agli editori?

giovedì 28 aprile 2011

L'ecosistema del dono a rischio d'estinzione

L’economia del dono – o della contribuzione gratuita – rappresenta una delle colonne che caratterizzano, in senso marcato e sistematico, il web e la comunicazione digitale. A memoria, nella storia occidentale, una simile propensione al dono, all’agire immediatamente disinteressato, è rintracciabile nella Roma antica, con il fenomeno dell’evergetismo. Anziché gli utenti online, i decurioni, ovvero funzionari pescati  tra le classi più agiate e potenti delle città, si prendevano a carico la manutenzione, l’intrattenimento e lo sviluppo dei centri urbani. Analogia geografica: per la diffusione in tutto il territorio dell’impero, così come la contribuzione globale via web. Profonde le differenze sociali: il censo era la determinante in epoca romana, la conoscenza nell’azione collaborativa online.
L’evergestimo entrò in difficoltà nel corso del secondo secolo dopo Cristo, per poi scomparire nei secoli successivi, a causa dei complessi mutamenti sociali ed economici che interessarono il tardo impero romano.

La contribuzione gratuita corre un simile rischio? Secondo Luigi Proserpio (pag. 29, “Comportamenti digitali”, libro che merita attenzione) quattro variabili potrebbero determinare il crollo della contribuzione:
- bassa qualità e visibilità dei contenuti, ovvero - secondo Proserpio-  l’eccesso di rumore sommerge i contenuti generati dagli utenti e non ne permette la valorizzazione;
- accresciuta difficoltà di ricerca dei contenuti generati dagli utenti;
- permanenza dell’identità digitale;
- lenta, ma progressiva, perdita di attrattività delle reti sociali: “il Facebook suicide è piuttosto frequente di questi tempi, perché l’applicazione non riesce più a generare un’atmosfera calda, coinvolgente e attrattiva”.

Ipotesi di lavoro, da verificare. Anche se c’è già qualche segnale concreto d’inversione di tendenza, come riporta Lsdi (qui, "Blogger in rivolta contro l’ economia della gratitudine”) il rapporto prodotto/ceduto/in cambio/di/visibilità mostra qualche limite e più di un sospetto di appropriazione indebita.
L’economia del dono può funzionare, come forza positiva in grado di disintermediare i processi di produzione, a una condizione: gli attori devono avere tendenzialmente gli stessi fini e il medesimo peso economico. Diversamente, le differenze in termini di capacità contrattuale ed economica minano l’ecosistema del dono e creano i presupposti per generare forme di arricchimento a bassi tassi d’investimento.

venerdì 22 aprile 2011

Portali news

Oltre i quotidiani. Anche negli Stati Uniti la "portalizzazione" dell'informazione (scusate il brutto neologismo) è un fattore tutt'altro che trascurabile (qui, via Poynter.org). Ecco i dati di marzo per utenti unici.

giovedì 21 aprile 2011

E io non pago

I recinti non si chiudono. E se lo fanno restano semi-vuoti. Emma Bazilian (AdWeek) dice che gli americani, disposti a pagare per leggere le notizie, sono pochi (20%) e in diminuzione: tre anni fa erano il 23% (qui).
Bassa propensione all'acquisto in grado di scoraggiare qualsiasi iniziativa paywall in Italia, dove la percezione contenuto editoriale come bene-valore è molto bassa.

Spetta alla raccolta pubblicitaria il compito di trovare - e scovare - la sostenibilità economica? Forse, a due condizioni: strutture leggere (anche per capitale umano), palinsesti orientati all'entertaiment.
Diversamente, se questa soluzione non piace - ed è pure poco auspicabile -, la risposta passa attraverso una convergenza editoriale e - perché no - attraverso un contratto nazionale - quello giornalistico - più congruo al nuovo ecosistema cartaceo/digitale.

Supremazia

Tra i quotidiani in lingua inglese il New York Times si conferma in prima posizione. Almeno se si utilizza la metrica dell’utente unico.
Supremazia che dovrà affrontare la prova del paywall, introdotto sul finire di marzo.


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martedì 19 aprile 2011

Stipendi e page viewsss

Bonus economici basati sulle pagine viste. La rivoluzione della quantità potrebbe essere intrapresa da Usa Today. I rumor sono riportati qui da editorsweblog e qui da White Hat Writing (peraltro citando la medesima fonte). La mossa - possibile - crea critiche, qui Barbara Sehr, via Seattlepi.

Il potere delle metriche quantitative - in sintesi - minaccia il giornalismo di qualità, orientando la produzione verso la domanda e l'infotainment. Ho parlato di questo argomento al recente Festiva del giornalismo di Perugia (qui): i meccanismi economici della rete stanno puntando verso un ambiente fondato sempre più sull'audience (diversamente chiamata e calcolata). Un meccanismo che rende, una grande parte della comunicazione digitale, vulnerabile all'influenza del medium televisivo. Sopratutto nei paesi a bassa penetrazione informatica, come l'Italia.

Quantità, dunque, senza necessariamente demonizzarla. Il giornale è tale e svolge la sua funzione civile, solo se ha una sufficiente diffusione. La società occidentale - quella che ha prodotto il sistema informativo che si conosce - è fondata sull'accumulo di capitale figlio, prima del commercio e poi della produzione di grandi masse di oggetti e di servizi.

C'è il rischio di una deriva dei contenuti, così come di un generale abbassamento della qualità se si portano alle estreme conseguenze le potenzialità della decisione di Usa Today.
Ma ci sono agenti in grado di assicurare un tendenziale equilibro fra copertura e correttezza dell'informazione. Il primo è il brand-giornale - o del sito - che è un valore economico, l'audience è comunque cercata nell'ambito di questo valore. C'è poi la professionalità di chi scrive, la perdita di reputazione  - insidiosa e tentacolare nella socità in rete - è un efficace deterrente all'info-spazzatura dei contenuti.