martedì 30 novembre 2010

La misura della distanza

Le slide di Alison Gow, presentate agli studenti della Liverpool John Moores University (qui), sono un'utile mappa per una visualizzazione “fisica” degli strumenti di lavoro e d’analisi necessari per coniugare giornalismo ed ecosistema digitale.


La professione che si sta formando, i cui confini – circa le competenze – sono in forte evoluzione e tutt’altro che definiti, richiede la capacità di comprendere e saper gestire complessità maggiori rispetto al passato. Digitale è destrutturazione e ricollocamento in forme nuove dei contenuti che prima si formavano e si distribuivano lungo precorsi lineari e codificati da tempo.
Un cambiamento – nella mentalità e nella preparazione – tutt’altro che semplice e, dunque, poco scontato.

Michele McLellan ha pubblicato (qui, Knight Digital Media Center) un post interessante sul difficile passaggio dei quotidiani tradizionali, segnalando tre segnali di resistenza al nuovo: la redazione organizzata in funzione delle sezioni del quotidiano, il lavoro cadenzato sui tempi della stampa (e non come flusso continuo), la presenza ai vertici di giornalisti proveniente dalla carta.

lunedì 29 novembre 2010

Switch off

28 novembre 2010: Wikileaks esce dalla nicchia e diventa protagonista dei media mainstream. Da luogo e mezzo conosciuto dagli addetti ai lavori a fonte globale d’informazione. Online.
E’ la fine – per Vittorio Pasteris – della centralità informativa dei giornali e della tv (qui).
E, oltre la banalità – per ora - dei contenuti svelati (qui, Maso Notarianni), la vera novità sta proprio nell’affermazione di autorevolezza della rete. Soprattutto nei confronti del mezzo televisivo.

Televisione che acquisisce gran parte del proprio dominio dall’assunto “vedo, dunque credo”. Per la prima volta questa forza icastica è stata intaccata.
L’oggetto – il file –, la complessità geografica, la tempistica incalzante – almeno inizialmente - hanno giocato a favore delle rete. E l’ecosistema digitale ha costruito il senso in modo efficiente ed efficace.
Superiorità e centralità, evidenziate dal costante riferimento al web durante le trasmissioni.
C’è su internet, dunque credo”, il passaggio in corso va in questa - nuova - direzione. Un passaggio potenzialmente significativo, seppure denso di coincidenze e di limiti.

venerdì 26 novembre 2010

L’ombelico della globalizzazione

La copertura delle notizie dall’estero sulla stampa britannica è scesa del 40% in poco più di trent’anni. Secondo il rapporto realizzato da Media Standards Trust (qui).
Dato significativo perché interessa un paese aperto. Per storia e tradizione.
In Italia l’attenzione sulle vicende oltre confine è inesistente. Così come negli Stati Uniti.

E’ il paradosso della globalizzazione. All’alto livello di scambio delle merci, allo spostamento di popoli, all’osmosi di format e partecipazioni societarie, corrisponde un ispessimento del callo locale/identitario.
In parte reazione e difesa del proprio mondo che si crede minacciato. Ma anche alimentato dalla decisa sterzata dei media verso l’infotainment. Ombelicocentrico per definizione.

giovedì 25 novembre 2010

Gioco per maschi

Secondo una ricerca realizzata da Daytona (qui, via BetaTales) in Svezia l’i-Pad è essenzialmente uno strumento a totale appannaggio della popolazione maschile.


Il paese scandinavo ha una diffusa scolarizzazione media/alta e un ampio tasso di diffusione del web e delle nuove tecnologie. Il dato, dunque, è indicativo perché introduce numerosi spunti di riflessione che potrebbero essere polarizzati attorno alla questione del digital divide o, quantomeno, delle pari opportunità.

mercoledì 24 novembre 2010

Poveri giornali. Di carta

Secondo Pew (qui) l’ecosistema digitale – rete, device, e-commerce – è maggiormente frequentato dalle fasce di reddito più alte (sopra di 75mila dollari all’anno). Differenze di reddito meno influenti circa la diffusione dei cellulari e delle applicazioni a essi connesse.


Il lavoro è riferito agli Stati Uniti e non presenta sconvolgenti novità. La tecnologia digitale – seppure con un’inerzia verso prezzi sempre più bassi – non azzera le disuguaglianze sociali. Non è ecumenica, anzi. Oltre la variabile reddito, comunque decisiva, ci sono altri fattori che da lì dipanano. Primo fra tutti la scolarizzazione.

L’idea positiva della diffusione esponenziale delle nuove tecnologie dell’informazione è fondata in valori assoluti – lo dimostra il tasso di penetrazione del web –, ma questo sviluppo non è lineare e omogeneo. La Grande crisi – che è cambiamento di ricchezze, dei centri di potere economico – sta inserendo sbarramenti e nuove deviazioni.

Uno dei motivi per cui non credo che i quotidiani di carta scompariranno sta proprio nel persistere e nell’acuirsi dei fattori di diseguaglianza. Uno dei motivi.
Il superamento della barriere tecno-architettoniche è una sfida verso l’inclusione di massa.

martedì 23 novembre 2010

Contagio

La crisi del debito irlandese potrebbe essere più seria del previsto. C’è il rischio una reazione a catena in grado – alla fine – di coinvolgere paesi troppo grandi per essere salvati: Spagna e Italia (qui).
Situazione seria, “la crisi finanziaria ed economica non è ancora finita”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. Con buona pace di chi ha dipinto il 2010 come l’anno della svolta e della ripresa.

Errore in cui non è caduta lavoce.info – per me uno dei siti d’informazione economica più interessanti, anche nella formula di distribuzione del contenuto – . Una rubrica “Informazione/Vero o falso?” tiene informati i lettori sul reale andamento della economia italiana. Ottima chiave di lettura per valutare la qualità informativa che passa sui media mainstream.

I dati Istat sull’andamento del prodotto interno lordo, con dentro le stime preliminari relative al terzo trimestre, registrano una brusca frenata. Crescita quasi nulla, con livelli lontani da quelli pre crisi. Performance ancora più negativa considerando che l’Italia, tra i paesi più sviluppati, ha subito il calo maggiore. Peggio ha fatto solo la Spagna (qui da lavoce.info).

lunedì 22 novembre 2010

Via dal web, solo i-Pad

The Daily sarà il primo giornale concepito unicamente per l’i-Pad (qui). Non avrà un corrispondente cartaceo o un sito online. L’accordo tra Apple e News Corporation prevede un prezzo di 0,99 dollari per ogni download.

Si apre una nuova via per il giornalismo? Si chiede Ben Parr su Mashable (qui). Si può aggiungere un’altra domanda: l’informazione torna dentro gli steccati dello scorso millennio?
Le iniziative di Rupert Murdoch vanno tutte in quel senso: The Times, The Sunday Times e The Wall Street journal sono raggiungibili solo con la sottoscrizione di un abbonamento.
Per gli editori sarebbe la soluzione ideale, una restaurazione in grado di ripristinare l’oligopolio - insieme alla Tv – nella produzione di notizie. Purtroppo o per fortuna il percorso verso il ritorno al passato è pieno di ostacoli. A iniziare dal risultato economico: le performance registrate dai due quotidiani britannici suscitano numerosi dubbi sulla validità del modello (qui da Il Giornalaio, qui da The Independent).

La scelta “solo i-Pad” si colloca in un terreno diverso. È la negazione di tutti i bei discorsi su condivisione, informazione liquida, web 2.0. Carta trasformata in bit.
Si tratta di una scommessa di un grande editore che pubblica in lingua inglese. Fatto non irrilevante, visto che può contare su un potenziale mercato globale, seppure sempre di nicchia.
Una simile iniziativa in Italia sarebbe difficilmente sostenibile. Piccoli numeri per – eventuali - micro guadagni. La strada del device di Apple potrebbe avere, invece, un ottimo futuro nelle pubblicazioni professionali. Prodotti ad alto valore aggiunto che si rivolgono a lettori disposti a pagare e a rinunciare al peso fisico della carta.
Ma questa, rispetto ai quotidiani, è un’altra storia.

venerdì 19 novembre 2010

Forever game

E se la costruzione del senso fosse affidata ai giochi? Il palcoscenico di un video game per tracciare una storia, fissare i presupposti sociali ed economici, per illustrare le conseguenze. Di questo si sperimenta al Georgia Institute of  Technology (qui).
Innovazione che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Grazie all’estensione temporale dell’età del gioco, ulteriormente alimentata da device e smartphone.

giovedì 18 novembre 2010

Operazione lavoro

Robert Kennedy: “Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta” (ignoravo la citazione, ne sono venuto a conoscenza tramite Facebook, nella fan page di Professione commercialista).
+
L’Economic Outlook dell’Ocse prevede una crescita moderata per il 2011 (seppure persistano fattori di rischio). Dunque, il prodotto interno lordo aumenterà di poco nei paesi sviluppati, anche se “la disoccupazione resta ancora alta in molti Paesi” (qui).
=
Dati i due addendi, il risultato è questo: la questione del lavoro è il problema centrale dei paesi occidentali. L’ostacolo da superare per ridare slancio allo sviluppo. Economico e sociale.

Considerazioni banali, al limite della retorica – che peraltro ha un suo nobile posto nella comunicazione – che alcuni recenti fatti dovrebbero portare alla ribalta nel dibattito politico. E da lì nei media.
Eppure c’è il rischio che restino circoscritti in spazi, magari importanti, ma pur sempre di nicchia.
La protesta di Paola Caruso contro il precariato è stata un evento della rete. Ma il lavoro precario non è virtuale, coinvolge uffici, cantieri, negozi.
Nell’operazione lavoro, quella che dovrebbe portare al risultato finale – ovvero trovare delle soluzioni – manca un fattore.

mercoledì 17 novembre 2010

Taglia small per cambiare

Nell’analisi su potere, accesso ai media e gatekeeper, scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere, Egea 2009, pag. 251):
“Il terreno comune è il fatto che ciò che risulta attraente per i pubblico fa crescere audience, introiti, influenza, e prestigio professionale per i giornalisti e commentatori televisivi. Tradotto nell’ambito della politica, vuol dire che l’informazione che ha maggior successo è quella che massimizza gli effetti di intrattenimento che corrispondono alla cultura consumista di marca di cui sono permeate le nostre società. Il concetto di democrazia deliberativa basata sull’inchiesta d’approfondimento e la discussione informata è in netto contrasto con le tendenze culturali generali del nostro tempo… Ciò non significa che la gente non abbia a cuore le questioni importanti. Significa che affinché questi temi (per esempio l’economia, la guerra, la crisi degli alloggi) vengano percepiti da un vasto pubblico, devono essere presentati nel linguaggio dell’infotainment, nel senso più ampio del termine: non solo eventi comici, ma anche drammi… “
Castells attribuisce questa logica di funzionamento sopratutto ai media mainstream, mentre riconosce meccanismi diversi – e più autonomi – all’autocomunicazione di massa che prende forma attraverso la comunicazione digitale.

Diversità che esiste, ma in quella parte che, per sintesi, può essere compresa nella blogosfera e nei social media. Nicchie. L’infotainmet è la stella polare dell’informazione, se si mira al profitto. Limitando l’analisi al web, la palizzata è rinforzata anche dall’imporsi delle logiche seo, che istituzionalizza infotainment nel profondo, andando ad incidere nella forma dello scrivere, nell’ordine – grammaticale - della parole.

Il mercato è sempre più stretto. E non solo quello dei ricavi pubblicitari – che si sono ridotti -. Tira, sulla pancia, pure il vestito di chi intende produrre innovazione, a partire dal contenuto. Gli spostamenti possibili sembrano pochi, a meno che si decida di aggirare lo steccato scavando. Ma questa è informazione verticale.

martedì 16 novembre 2010

Esigenze primarie

Secondo quanto riporta Pej (qui) i temi dell’economia hanno ricevuto maggiore attenzione nella copertura dei media Usa durante la settimana appena conclusa. Superando anche le elezioni di medio termine.


Una simile attenzione non è una novità, anzi è una costante degli ultimi due anni. E non è una buona notizia. Le difficoltà economiche – disoccupazione, scarsa crescita, indebitamento – permangono e sono previste in moderato peggioramento.
Qui non si respira aria migliore. In Europa, dove la crisi del debito pubblico rappresenta una concreta minaccia per l’area euro. In Italia, dove la disoccupazione e una debole crescita, stanno mettendo a dura prova la tenuta del sistema industriale e del tessuto sociale.

Non per questo i media, soprattutto mainstream, abbandonano la rotta del soddisfacimento delle esigenze primarie. Ovvero gossip, politica e tutto l’intreccio che sta tra questi punti cardinali. Ci sono pochi tentativi di abbandonare l’agenda fissata dal potere politico e fortemente voluta – dopotutto – dal pubblico.

lunedì 15 novembre 2010

Affamati

Sciopero della fame. La protesta di Paola Caruso (qui), precaria da sette anni al Corriere, sta animando una vivace discussione. Non solo in rete – la blogosfera (qui) –, ma anche negli uffici. Anzi là se ne parla da tempo.

Atto tendenzialmente estremo, oltre alle vicende personali - oltre alla questione dell'art. 2 e dell’ordine dei giornalisti – che mostra l’indice sulla questione del lavoro precario. Quella precarietà, nella doppia lettura di incertezza e paghe basse, che sta bruciando, nella professione, nella vita, un’intera generazione.
La legge Biagi non ha colpe, le leggi spesso seguono e non disegnano la realtà. Prima di essa c’erano – e ci sono ancora – le partite Iva e i collaboratori coordinati e continuativi. Ebbene, il pacchetto di norme introdotte dalla legge 30 ha sicuramente fissato paletti di maggiore protezione nei confronti dei lavoratori.
Altra faccenda è l’uso improprio che ne fanno le aziende, ovvero una legge utilizzata non per gestire la flessibilità, ma come strumento per calmierare gli stipendi. E sta in questo il pericolo maggiore perché, se questo è il fine, l’incertezza del rapporto di lavoro non può che diventare una costante durevole nel tempo.

Spostare le lancette indietro sarebbe bello, ma temo impossibile. Il paese, come gli altri del resto, è dentro a un profondo cambiamento geo-strutturale. La cui lettura dei contorni sarà compito degli storici di domani. Ora c’è un dato, evidente: la struttura produttiva difficilmente potrebbe sopportare l’imposizione di un mercato di lavoro eccessivamente rigido.

Si vive di scontri generazionali, in un paese vecchio. Scontro tra gli assunti con il vecchio regime – con “l’indeterminato” – e i co.pro, le partire Iva. Tra i giornalisti con il patentino e gli editor.
Scontro tra quelli che vanno in pensione con il retributivo e quelli che godranno degli effetti del contributivo. Scontro generazionale trasversale a tutti i settori. Nelle case editrici, nelle fabbriche, negli uffici.

I bassi stipendi e il precariato, in una visione di sistema, rappresentano un problema per la ricchezza generale. Chiaro, in questo senso, il governatore di bankitalia, Mario Draghi: l’incertezza del lavoro mina “produttività e profittabilità” (qui).
C’è l’attesa, per una risposta politica. Che dovrebbe essere nel segno della tutela dei diritti e del cambiamento. L’allargamento della cruna del mercato del lavoro sarà tema centrale della futura campagna elettorale? Non c’è da scommetterci, anzi il frame immigrazione/criminalità potrebbe nuovamente imporsi. Eppure una base di discussione ci sarebbe, quella del contratto unico a tutela progressiva. Una soluzione da seguire, con attenzione.

venerdì 12 novembre 2010

Lavorare da casa

Da leggere l’intervista a Luca Ascani, presidente di Populis, una piattaforma d’informazione capace di produrre 10mila contenuti al mese, in otto lingue diverse (qui in Lsdi e qui in Ciaoblog).
Soprattutto là dove afferma che "non abbiamo giornalisti ma tutti web editor che lavorano da casa… ".

Content farm, dunque, e un intelligente business model, basato sulla pubblicità performance .
Un micro sistema in equilibrio, ma che non può non fare sorgere qualche dubbio circa la sua etica riproducibilità. Un popolo di scriventi casalinghi, magari in partita Iva, quanto può garantire un’informazione libera da influenze commerciali?

mercoledì 10 novembre 2010

Viaggiare con Street view

Un percorso fotografico costruito con le immagini fissate da Google. La freccia ferma, (quasi un album): il racconto dell’uomo in un’idea originale.

Senza parole. Scritte

Crescita lenta, mercato di nicchia. L’Iptv e i video on demand non dovrebbero scalzare il dominio della televisione così come oggi la conosciamo. Opinione emersa durante il Westminister media forum e argomentata dai Ceo d’importanti aziende del settore (qui in paidContent:UK).
La tv lineare, seppure rinnovata nella variante digitale, come modello di business ancora di riferimento e come strumento d’informazione dominante. Uno strumento che fa della trasmissione orale il punto di forza.

Oralità che prende dimensioni più massicce anche sul web – tolte le aree di nicchia, professionali –. Il processo di restringimento delle parole scritte è sempre più accentuato.
La parentesi aperta da Gutenberg sta per chiudersi? Probabilmente sì, almeno nelle forme conosciute fino a poco tempo fa.
Più lettori sul web e il web che cambia gli strumenti per descrivere la realtà. Si scrive di meno o meglio lo scritto diventa flash, sequenza istantanea che, nella sua rappresentazione – in assenza di un costrutto complesso e articolato  –, assume connotati simile a un messaggio audiovideo. L’esempio sono twitter, le dirette di grandi eventi realizzate dalle testate: brevi messaggi, poche battute.
A ciò ci aggiunge l’uso dei video, delle fotogallery.
Non solo, la maggioranza dei lettori si ferma alle prima parte del testo.
Riduzione dello spazio che per il testo scritto è fisica: le grafiche dei quotidiani cartacei vanno tutte in quel senso.

Dunque oralità multipiattaforma. E c’è in questo un ritrovarsi in uno spazio comune televisivo, seppure autoprodotto, autoselezionato e auto diretto.

martedì 9 novembre 2010

Adottati digitali

Il dibattito sul futuro dei media è polarizzato attorno a due stati emozionali, entusiasmo e paura. Nel mezzo ci sta una realtà sempre più complessa e difficilmente comprensibile nel suo insieme.
In passato il percorso che portava al prodotto finale era relativamente semplice o quantomeno lineare. Redazione, marketing, vendite/distribuzione, da un lato, e pubblico – tendenzialmente omogeneo e “prevedibile” – dall’altro.

La rivoluzione digitale – che rischia di assumere connotati tolemaici nella mistica del tecnologico o del buon vecchio tempo andato – continua scompaginare dati e certezze appena acquisite. Una complessità arricchita - per le potenzialità che porta con sé – e in frenetico movimento.

Marco Dal Pozzo (qui in madplab.it) segnala un articolo nel quale si evidenzia l’avanzata del mercato senior. Persone dai 50/60 in su sempre più utilizzatrici e consumatrici delle nuove piattaforme.
Al pubblico dei nativi digitali se ne affianca un altro – potenzialmente più numeroso, considerati i baby boomer degli anni ’60 –, quello degli adottati digitali.
Cambio non da poco e sempre nel segno della maggiore complessità.

Se questi saranno i lettori di riferimento, il passaggio verso i nuovi media - più cauto - potrebbe assumere le forme di una convergenza dal forte sapore di sintesi. Meno strappi e innovazione senza soluzione di continuità.

lunedì 8 novembre 2010

Pubblica trasparenza, l’esempio inglese

Il primo ministro britannico l’ha definita una rivoluzione. E al netto della retorica politica, il sito Transparency è un interessante esempio sull’uso del web come strumento di rafforzamento della democrazia e del consenso (attività legittima per un organo politico, se fondata su fatti reali).

La piattaforma è ancora in fase beta, ma già da ora sono pubblicate numerose informazioni. Costi della missioni estera, le spese e gli stipendi per i dipartimenti pubblici. Fino ai regali ricevuti e ai viaggi all’estero dei ministri (qui l’articolo pubblicato dalla Bbc).

venerdì 5 novembre 2010

Giornalista, redattore, specialista

L’editore 2.0 secondo Banzai (qui la presentazione in occasione dello Iab Forum, qui le slide) – terzo operatore internet in Italia – è un "producer": non generatore di contenuti, ma organizzatore di quelli già esistenti. La costruzione del senso diventa reintermediazione e gestione del processo di emissione.
Rivoluzione anche terminologica. Nella redazione 2.0 non ci sono “giornalisti”, ma “redattori”, domani saranno “specialisti”. E nel tempo aumenterà sensibilmente il ruolo di chi si occupa della tecnologia.


Nomi e percentuali nuovi, che indicano lavori diversi rispetto agli attuali.
Un processo in corso che evidentemente non può essere sostitutivo, piuttosto sarà integrativo.
Editori tradizionali – rivisti e corretti – conviveranno con le nuove figure, evolvendo verso un orizzonte multipiattaforma non solo per device tecnologici, ma pure per generatori/organizzatori di contenuto. Perché la sopravvivenza dei primi è garanzia di successo per i secondi.

giovedì 4 novembre 2010

Note di viaggio

Guardare dal basso è utile. Punti di vista nuovi, realtà diverse si aprono sull’orizzonte. Sul web il basso è fisico, sta in fondo agli articoli, nel posto occupato dai commenti. Sta oltre, nella dimensione dei back office di pre-pubblicazione. E sta anche nei portali, realtà in Italia da più di cinque milioni di utenti unici al mese. Non sono giornali, ma fanno informazione. Non sono giornali, ma sono parte importante nella spartizione della torta pubblicitaria.

Con tutti i limiti dell’esperienza personale, che può essere significativa, dare slancio a qualche intuizione, ma conserva i rischi di una lettura della realtà parziale o comunque influenzata dal proprio individualismo in rete (Castells, 2009), ho preso qualche nota su comportamenti e usanza dei lettori/utenti.

- La domanda è pesantemente plasmata dall’offerta. Soprattutto televisiva. Da qui, l’assenza di soluzione di continuità tra ciò che pubblicano gli editori Tv e quelli online. Anzi vale la regola di riprendere l’argomento lanciato da qualche televisione il giorno o la sera prima. Il successo – le pag view – è garantito, pur in assenza di qualsiasi creatività o approfondimento. Provocatoriamente: non serve arrivare prima e neppure serve seguire il consiglio di Jeff Jarvis “Cover what you do best. Link to the rest”. E’ sufficiente dare risalto, in poche battute, ai fatti del palinsesto televisivo.

- La maggioranza dell’utenza ha un basso livello di conoscenza del web e di ciò che offre. I commenti in fondo all’articolo sono “chat”, sono “forum”. Un piccolo strato di vernice tecnologica che porta con sé l’abitudine e l’estrema difficoltà per nuovi attori – soprattutto piccoli – d’imporsi all’attenzione.

- L’informazione generalista è tanta, simile, indifferenziata: le nuove iniziative online (il Post, Lettera 43) rischiano d’essere schiacciate da soglie d’attenzione minime. E ancora: l’introduzione dei paywall è molto, ma molto rischiosa. Tra pagare o non pagare, molti potrebbero di decidere di trovare altre fonti oppure, semplicemente, di evitare d’informarsi (ma è ancora una provocazione).

mercoledì 3 novembre 2010

Un filo per tessere il futuro

Nel 2010 la raccolta pubblicitaria su Internet è cresciuta del 15%, con un giro d’affari di un miliardo di euro. E nei prossimi tre anni potrebbe aumentare del 50%. In attesa del boom sui social network.
Lo dice Roberto Binaghi – Italia Oggi, 3 novembre 2010 – presidente Iab Italia e vicedirettore generale Manzoni.

Un mercato pubblicitario in crescita è una buona notizia (peraltro associata con la tenuta di quello dei canali tradizionali, anche se qui le previsioni sono meno ottimiste).
E pure l’emergere, come luogo di business, dei social network è un fatto positivo. Pur essendo ambienti privati e controllati, moltiplicano le occasioni di esposizione dei contenuti. Un’alternativa all’oligopolio dei motori ricerca, soprattutto alla Google-dipendenza.

Il Giornalaio segnala (qui) l’intervista al direttore di Die Zeit, Giovanni Di Lorenzo, pubblicata da El Pais. Il quotidiano tedesco rappresenta un caso di successo – in sette anni crescita del 70% dei ricavi e del 60% delle diffusioni – , raggiunto attraverso la qualità dei contenuti e un sapiente mix tra versione cartacea e piattaforme digitali.

L’emergere di nuovi protagonisti nel processo di reintermediazione – i social network - , l’affermazione di editori sapienti e capaci di sintetizzare il vecchio e il nuovo, sono il filo - oggi ancora sottile - per tessere un vestito diverso all’ecosistema dell’informazione.