venerdì 31 dicembre 2010

Attenzione alle neuroscienze

Se si escludono Google e Facebook, anche per il mese novembre i portali, da Virgilio a Msn, da Libero a Leonardo, si confermano come i siti più visitati dagli utenti italiani (su dati panel NetView Nielsen). Corriere e Repubblica, i quotidiani online più letti, totalizzano insieme gli utenti Virgilio, il portale di Telecom Italia.

I portali sono utilizzati per i servizi, soprattutto la mail, e per informarsi, peraltro con un ottimo grado di apprezzamento delle notizie pubblicate in termini di qualità e attendibilità. Evidentemente queste realtà, nate sul web e con organizzazioni più snelle, sono state capaci di interpretare le esigenze e i bisogni del pubblico digitale.
L’informazione proposta è marcatamente emotiva, decisamente virata verso l’infotainment. Una visualizzazione realizzata con Wordle del primo strillo pubblicato dai due portali top traffic – Virgilio e Libero – nel periodo 11 - 15 ottobre 2010, nella fascia oraria 14 – 15 fornisce una visualizzazione eloquente.



Gli strilli dei due maggiori quotidiani - Corriere e Repubblica - puntano di più sull'attualità, ancora Wordle (stesso periodo e stessa fascia oraria).


In entrambi i casi – tenendo presente che la differenza tra portali e quotidiani è meno netta da quella che appare nelle due visualizzazioni – è forte l'influenza della domanda sull’offerta, sempre più spinta dall’emotività e propensa a privilegiare notizie leggere e brevi.
Per editori e giornalisti la scelta da fare non è semplice. Il mercato pubblicitario e anche i lettori chiedono massa e quantità. Puntare sull’approfondimento o su una produzione alternativa significa virare verso il verticale e le nicchie. Opzione da non scartare, ma rischiosa per le organizzazioni grandi e complesse.

La riprogrammazione dei contenuti editoriali verso schemi meno emotivi e caratterizzati da accuratezza è la sfida del 2011 – e pure degli anni a venire - come indicato dal lavoro di Nieman Journalism Lab, The Digital Landscape: What’s Next for News (qui, via Il Nichilista). Un lavoro impegnativo che dovrebbe partire – come indicato nel contributo realizzato da Jack Fueller – dalle più recenti scoperte delle neuroscienze sul comportamento delle menti dei lettori (qui). Un tema che va seguito e approfondito: ecco il proposito per il nuovo anno, che vale per tutti gli operatori della parola scritta.

mercoledì 29 dicembre 2010

Tierra y libertad

La questione posta da Augie Ray (qui), analista di Forrester Research, è intrigante: la diffusione dei media sociali renderà il pianeta più pacifico e civile? La domanda non è nuova. Manuel Castells (Comunicazione e potere) attribuisce alle reti sociali la potenziale capacità di riprogrammare la comunicazione e di fornire gli strumenti d’affermazione della politica insorgente.

La storia è piena di speranze disattese dall’innovazione tecnologica. Prospettiva temporale che conosce e cita l’analista di Forrester. Come la diffusione della tv via cavo, che avrebbe dovuto attivare la partecipazione democratica, anziché diventare – come è stato - un grande contenitore merceologico.
Fallimenti. Che non scoraggiano Ray - e altri -.

La piazza globale dentro la quale le persone possono parlasi e condividere, agire è un fenomeno quantitativamente nuovo. I nodi trasmissione e di coagulazione agiscono più efficacemente e più velocemente rispetto al passato. Dunque esiste l’effettiva possibilità che gruppi di pressione e formazioni politiche esogene al sistema possano organizzarsi e diventare attori di cambiamento.
Potenzialità, sicuramente rivoluzionarie in un “mercato perfetto”, ovvero in una società con livelli d’istruzione poco disomogenei. Altrimenti nelle soluzioni di continuità potranno germinare barriere e usi diversi tali da rendere i media sociali una parte dell’apparto dell’attuale infotainment.

martedì 28 dicembre 2010

Fermento social

La presentazione realizzata da Claude Penland (qui) fornisce una nitida fotografia su come le pratiche sociali e la condivisione stiano producendo ambienti paralleli e verticali, seppure integrati, al web mainstream. Reti di auto comunicazione che nel 2011 dovranno affrontare il crescente interesse degli investimenti pubblicitari. Da verificare quale sarà il prezzo che la libertà d’espressione – e non solo quella – dovrà pagare.

lunedì 27 dicembre 2010

Parole scritte e video

Sempre più video nei quotidiani online. Tendenza evidenziata dalla ricerca "Online video & the media industry" (qui, via Gigaom), realizzata da Brightcove, una piattaforma di hosting e TubeMogul. Crescita che riguarda sia il numero di video caricati sia il tempo medio dello streaming.

Il 2011 porterà con sé forti novità per gli editori che trattano la parola scritta. La costruzione del senso o, più semplicemente, la descrizione si formeranno attraverso la convergenza di reti mainstream e sociali (qui) e di piattaforme multimediali.
L’articolo – che ancora oggi è l’ossatura dei giornali online – sarà sempre più destrutturato, ricomposto in forme telegrafiche e integrato ai video e ai recinti sociali di condivisione. Un passaggio deciso verso sequenze narrative originali ed uniche, chiave di volta per costruire progetti economicamente sostenibili.

giovedì 23 dicembre 2010

Africa

Un paese che cambia. Il Kenya grazie alle reti digitali sta diventando un’interessante meta per le imprese e gli investimenti stranieri. L’articolo di Jonathan Fildes, qui via BBC News, descrive un realtà economica dinamica che, nonostante le difficoltà, cerca di uscire dal sotto sviluppo.

Young and Mobile

Le applicazioni mobili rappresentano il futuro e saranno i giovani a guidare il cambiamento. Una nuova generazione pronta a usare la rete e a consumare il prodotto editoriale in modalità sensibilmente diverse rispetto al passato.
La ricerca Young and Mobile, condotta da Nielsen in dieci paesi, offre una fotografia carica di percentuali e di indicazioni sul comportamento degli utenti compresi nella fascia tra i 15 e  24 anni d’età (qui e qui la sintesi via Knight Digital Media Center).

Tra i giovani l'attività preferita resta quella dell'invio di messaggi. Inoltre i device mobili sono prevalentemente utilizzati per la navigazione in internet - grazie all'affermazione dei social network - e le mail.


La sintesi tra queste attitudini d'uso, intesa come proposizione di soluzioni economicamente interessanti, potrebbe realizzarsi nella realizzazione di prodotti editoriali in grado di sfruttare le potenzialità sociali (condivisione e partecipazione) degli apparati mobili.

martedì 21 dicembre 2010

Disokkupati

I dati sull'occupazione diffusi dall’Istat (qui) e dal Centro studi di Confindustria (qui) lasciano poche speranze circa l’avvio di una robusta ripresa.
I nati dopo il 1970 sono quasi la metà dell’intera popolazione italiana, il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e i 24 anni si aggira attorno al 25%. La sintesi non può che mettere un insidioso ostacolo alla crescita.

Mancanza di lavoro e ritardo economico amplificati per il Mezzogiorno d’Italia, causa ed effetto del declino italiano. Sono tornato a parlane con Francesco Delzìo, qui in Virgilio Economia. No tax area, fondo di garanzia per le imprese, riduzione del cuneo contributivo e fiscale per i neo assunti: le ipotesi di lavoro sono diverse e nuovamente riproposte a una classe dirigente macchinosa e lenta nel comprendere l’emergenza economica.

lunedì 20 dicembre 2010

Declino 2.0

Niall Harbison (qui, The Next Web) usa un titolo provocatorio – The Decline of Web 2.0 - per descrivere il calo d’interesse di famosi luoghi della socialità in rete. Delicious, Flickr, Myspace, Bebo sono le vittime del cambiamento dei gusti e registrano un sensibile calo di utenti unici
Reti sociali in crisi? La risposta non può che essere negativa. L’affermazione di Facebook e, in parte, di Twitter continua, con spazi crescenti d’interesse. Piuttosto il declino di alcune piattaforme è da annoverare nel processo di selezione della specie che, nel campo tecnologico, ha tempi più spinti rispetto al passato e ad altri settori.

Dinamicità che ha i suoi rischi, come annota Harbison, ovvero quello di disegnare siti e prodotti in funzione di realtà suscettibili nel tempo di passare di moda.
Ma ne vale la pena, non c’è successo – o sopravvivenza – senza alea. La comunicazione sociale, non importa in che forme sia esplicitata, resta l’attore del cambiamento che, integrandosi all’innovazione tecnologia, sta forgiando il nuovo ecosistema dell’informazione. Imparare ad usarla – anche passando attraverso insuccessi – è requisito più che richiesto.

venerdì 17 dicembre 2010

Generazioni a confronto

La ricerca realizzata da Pew (qui) mette a confronto l’uso di internet in funzione delle fasce d’età. La mappa registra una frequentazione sempre più sofisticata degli spazi digitali e l’imporsi dei media sociali anche tra la popolazione più anziana (over 74).

La tensione per la scoperta - la curiosità -, la velocità sembrano essere le caratteristiche dominanti dell’età più giovane, anche sul web: i millenials (18 – 33 anni) usano in maggioranza tecnologie e accesso wireless. E sorpassano gli utenti più anziani nell’uso del social network e dell’istant messaging, nell’ascolto di musica, nella lettura di libri elettronici. La maturità, invece, è segnata dal primo imprinting del web – perciò meno connessioni mobili – e uso più riflessivo dei contenuti: siti istituzionali, news finanziarie e mediche.



Il rapporto evidenzia l’imporsi – nonostante qualche differenza – delle reti sociali come fenomeno di massa, intergenerazionale. Affermazione imponente , che sta diventando una nota essenziale della comunicazione e dell’informazione tra le persone.

giovedì 16 dicembre 2010

Commenti e media sociali

La piattaforma per i commenti realizzata dal quotidiano spagnolo 20minutos.es (qui, via BetaTales) punta sull’integrazione fra lettori, giornalisti e social network. Gli articoli si presentano senza vesti, ma non solo loro. Lettori e autori sono risucchiati nel processo di costruzione di senso.
Senso che si compone tramite l’interazione con gli strumenti di formazione della reputazione sociale. L’obiettivo dell’editore è quello di creare un processo di diffusione del prodotto in maniera spinta e innovativa.

Il lavoro di 20minutos.es presenta molti spunti di riflessione, soprattutto ha il pregio di tentare di costruire il giornale come rappresentazione della realtà in maniera collettiva, dal basso. Senza eliminare il ruolo centrale della redazione. Tentativo che potrebbe, in un futuro magari più vicino di quanto si possa pensare, limitare il ruolo – spesso arbitrario e comunque eccessivamente condizionante – dei motori di ricerca.

martedì 14 dicembre 2010

Encyclopedia

Multidisciplinarità come tratto distintivo della professione dello scrivere (qui, post interessante di Gianluigi Gogo). E’ l’elemento nuovo – e di maggiore novità – portato in dote dalla tecnologia digitale. Scontato per chi traffica e armeggia sul web, astruso per una buona fetta di giornalisti e redattori.

Dietro un racconto su carta ci sta una costruzione di senso unidimensionale – lineare –. La redazione, la creazione del numero, il timone, le bozze, il via si stampi. Meccanismi rodati, chiusi. Le eventuali complicanze – allegati, inserti – si sviluppano a raggiera, sullo stesso piano.

L’informazione degli anni zero è quadrifonica, avvolgente. E l’agente del flusso – il giornalista, il redattore – deve conoscere note e strumenti. Percorso non semplice, neppure per chi lavora sul web. Perché esiste un moto inerziale verso il verticale – la competenza per materia – e la successiva esplicitazione lungo coordinate lineari. Una forza di gravità tenace che va vinta attraverso concetti come redazione aperta, nuovi lavori - come il community manager (qui, Pierluca Santoro su questa professione) -. Su cui – immanente – è necessaria la comprensione della dinamica delle piattaforme sociali e digitali.

C’è in questa palese rivoluzione di metodo – se non di pensiero – un ritorno al sapere enciclopedico? Evidentemente il medioevo resta fissato sui libri di storia e sulle mura dei castelli.
Non è ritorno al passato, dunque, ma l'emergere di una figura professionale radicalmente diversa: di giornalisti esperti di qualcosa il mercato è inondato, soprattutto rispetto alla domanda. Ma quanti sono quelli capaci di muoversi con disinvoltura nella struttura multidimensionale creata dalla tecnologia digitale?

lunedì 13 dicembre 2010

Twitter, ritmo veloce

Secondo una ricerca pubblicata da Pew (qui), negli Stati Uniti il social media è utilizzato maggiormente dalle minoranze: ispanici e african-american. Il rapporto d’uso è il doppio rispetto al resto della popolazione. Preferenza determinata due variabili: la giovane età degli utenti e l’uso massiccio di device mobili.
Twitter si conferma un media sociale fortemente verticale, non solo per materia, ma - a quanto sembra - anche per ambito etnico sociale.

Le 140 battute sono in perfetta sintonia con il soundbite veloce d’inizio millennio, assunto a koinè formale tra i giovani lettori/utenti. Il linguaggio di Twitter – con i tutti i modi di utilizzo, come feed reader, come aggregatore – potrebbe indicare un modo – uno, possibile – su come realizzare prodotti innovativi e capaci di sedurre.

giovedì 9 dicembre 2010

Maschere

Il contenuto sembra stia vivendo una nuova primavera, riscoperto dagli uomini marketing. Sull'argomento è interessante il post J-P De Clerck (qui), al contenuto - inteso in forma complessa - è affidato il compito di supporto. Al brand, al contesto in cui sono inseriti prodotti e servizi.
Una notizia, né negativa, né positiva. E' un fatto, che potrebbe essere anche un'opportunità - di lavoro -.

Nuovi attori sul palcoscenico allestito dalle tecnologie digitali - l'eco-sistema dell'informazione è solo uno di questi -. E sono protagonisti in maschera, con ruoli fluidi. La linea di confine tra informazione, intrattenimento, pubblicità è poco profonda. Un rumore di fondo, abbastanza indifferenziato: per gli editori puri la lotta per la sopravvivenza è dura e spesso combattuta con armi spuntate.

venerdì 3 dicembre 2010

Contenuti in piazza

Gli editori di parole stanno sviluppando competenze e modalità di lavoro diverse. La multimedialità ha ridimensionato la centralità della selezione e della redazione dello scritto. Che mantengono un ruolo importante, ma altre variabili tecnologiche – online, app, video, audio – consolidano l’eventuale successo.
Se gli editori cambiano mestiere è anche vero il contrario: le imprese sono e saranno costrette a diventare editori.

Web e comunicazione digitale offrono l’opportunità di valorizzare i propri prodotti attraverso la produzione di contenuti. Portare un’azienda sui media sociali richiede – anche nelle ipotesi di presenza minima e di basso profilo – capacità di parlare, di raccontare.
Frédéric Court (qui, in un articolo pubblicato lo scorso ottobre in paidContent) descrive come – attraverso le inizative e-commerce – il contenuto sia utilizzato come veicolo non tanto promozionale, ma come strumento in grado di creare il contesto, la piazza dove poi saranno acquistate le merci.

giovedì 2 dicembre 2010

Boom sociale

Social Media Examiner (qui) indica le direzioni intraprese dalle imprese nella realtà dei social media. Il barometro segna decisamente “entusiasmo”. Le organizzazioni ci credono – secondo la ricerca negli ultimi 18 mesi il 66,5% ha avviato politiche sociali –. L’impreparazione del management e le difficoltà nel misurarne il ritorno sono gli ostacoli più alti. Mali di gioventù per un fenomeno della storia della comunicazione che non è un episodio.

Interesse che si traduce in investimenti che scolpiscono mestieri diversi, la cui terminologia (qui) è stata segnalata da Pier Luca Santoro - il Giornalaio – che riprende un’infografica realizzata dal sito Socialize. Nuovi lavori che, nonostante il rischio d’improvvisazioni a bassa tensione professionale – e sul tema vale la pena leggere quando dice Max Cavazzini (qui) –, possono creare nuova occupazione.
L’innovazione tecnologica si dimostra sempre più la strada – soprattutto nei paesi avanzati, con mercati tendenzialmente saturi – per creare dinamiche virtuose.

mercoledì 1 dicembre 2010

Pagare l’ecosistema


Giuseppe Granieri (qui) segnala l’iniziativa editoriale Mongoliad. Promossa da Neil Stepheson, propone la costituzione di un ecosistema narrativo multi modulare. Il nucleo è costituito da novelle a tema – le invasioni mongole del tredicesimo secolo – realizzato da scrittori professionisti, cui si aggiungono contributi video e musicali. Romanzo aperto all’azione degli utenti, in modo da creare una comunità di co-autori in grado di formare un intreccio narrativo partecipativo.
L’ammissione è a pagamento, un abbonamento da 10 dollari all’anno.
Un modello di business che potrebbe avere applicazioni anche per i quotidiani. Seppure non a carattere risolutivo.

Il giornale è un racconto della realtà, scandito dai limiti fisici dell’impaginazione e fissato dal tempo. E’ una fotografia panoramica che costruisce senso, ed è il motivo per il quale il lettore è disposto a pagare.
Internet e in generale le tecnologie digitali, potenzialmente, offrono l’opportunità – partendo da articoli realizzati da professionisti – di collaborare alla comprensione della realtà. Possibilità, fino a oggi (il riferimento è alla realtà italiana), realizzata in maniera timida e poco organica. Perché vuol dire aprire la redazione, luogo ancora percepito – non solo da chi ci sta dentro – come una torre d’avorio.

Pagare per l’accesso al giornale, per entrare in ambiente che non è sola lettura: una struttura multilivello, multimediale, di servizio, dentro la quale è resa sottile la separazione tra lettore e autore, osmosi continua.
Una trasformazione che potrebbe avere il pregio di catturare l’attenzione e indirizzarla dentro i confini della testata, senza sottrarre ricchezza informativa. Trasformazione, però, che richiede all’editore di indossare vesti più complesse, completamente nuove.

martedì 30 novembre 2010

La misura della distanza

Le slide di Alison Gow, presentate agli studenti della Liverpool John Moores University (qui), sono un'utile mappa per una visualizzazione “fisica” degli strumenti di lavoro e d’analisi necessari per coniugare giornalismo ed ecosistema digitale.


La professione che si sta formando, i cui confini – circa le competenze – sono in forte evoluzione e tutt’altro che definiti, richiede la capacità di comprendere e saper gestire complessità maggiori rispetto al passato. Digitale è destrutturazione e ricollocamento in forme nuove dei contenuti che prima si formavano e si distribuivano lungo precorsi lineari e codificati da tempo.
Un cambiamento – nella mentalità e nella preparazione – tutt’altro che semplice e, dunque, poco scontato.

Michele McLellan ha pubblicato (qui, Knight Digital Media Center) un post interessante sul difficile passaggio dei quotidiani tradizionali, segnalando tre segnali di resistenza al nuovo: la redazione organizzata in funzione delle sezioni del quotidiano, il lavoro cadenzato sui tempi della stampa (e non come flusso continuo), la presenza ai vertici di giornalisti proveniente dalla carta.

lunedì 29 novembre 2010

Switch off

28 novembre 2010: Wikileaks esce dalla nicchia e diventa protagonista dei media mainstream. Da luogo e mezzo conosciuto dagli addetti ai lavori a fonte globale d’informazione. Online.
E’ la fine – per Vittorio Pasteris – della centralità informativa dei giornali e della tv (qui).
E, oltre la banalità – per ora - dei contenuti svelati (qui, Maso Notarianni), la vera novità sta proprio nell’affermazione di autorevolezza della rete. Soprattutto nei confronti del mezzo televisivo.

Televisione che acquisisce gran parte del proprio dominio dall’assunto “vedo, dunque credo”. Per la prima volta questa forza icastica è stata intaccata.
L’oggetto – il file –, la complessità geografica, la tempistica incalzante – almeno inizialmente - hanno giocato a favore delle rete. E l’ecosistema digitale ha costruito il senso in modo efficiente ed efficace.
Superiorità e centralità, evidenziate dal costante riferimento al web durante le trasmissioni.
C’è su internet, dunque credo”, il passaggio in corso va in questa - nuova - direzione. Un passaggio potenzialmente significativo, seppure denso di coincidenze e di limiti.

venerdì 26 novembre 2010

L’ombelico della globalizzazione

La copertura delle notizie dall’estero sulla stampa britannica è scesa del 40% in poco più di trent’anni. Secondo il rapporto realizzato da Media Standards Trust (qui).
Dato significativo perché interessa un paese aperto. Per storia e tradizione.
In Italia l’attenzione sulle vicende oltre confine è inesistente. Così come negli Stati Uniti.

E’ il paradosso della globalizzazione. All’alto livello di scambio delle merci, allo spostamento di popoli, all’osmosi di format e partecipazioni societarie, corrisponde un ispessimento del callo locale/identitario.
In parte reazione e difesa del proprio mondo che si crede minacciato. Ma anche alimentato dalla decisa sterzata dei media verso l’infotainment. Ombelicocentrico per definizione.

giovedì 25 novembre 2010

Gioco per maschi

Secondo una ricerca realizzata da Daytona (qui, via BetaTales) in Svezia l’i-Pad è essenzialmente uno strumento a totale appannaggio della popolazione maschile.


Il paese scandinavo ha una diffusa scolarizzazione media/alta e un ampio tasso di diffusione del web e delle nuove tecnologie. Il dato, dunque, è indicativo perché introduce numerosi spunti di riflessione che potrebbero essere polarizzati attorno alla questione del digital divide o, quantomeno, delle pari opportunità.

mercoledì 24 novembre 2010

Poveri giornali. Di carta

Secondo Pew (qui) l’ecosistema digitale – rete, device, e-commerce – è maggiormente frequentato dalle fasce di reddito più alte (sopra di 75mila dollari all’anno). Differenze di reddito meno influenti circa la diffusione dei cellulari e delle applicazioni a essi connesse.


Il lavoro è riferito agli Stati Uniti e non presenta sconvolgenti novità. La tecnologia digitale – seppure con un’inerzia verso prezzi sempre più bassi – non azzera le disuguaglianze sociali. Non è ecumenica, anzi. Oltre la variabile reddito, comunque decisiva, ci sono altri fattori che da lì dipanano. Primo fra tutti la scolarizzazione.

L’idea positiva della diffusione esponenziale delle nuove tecnologie dell’informazione è fondata in valori assoluti – lo dimostra il tasso di penetrazione del web –, ma questo sviluppo non è lineare e omogeneo. La Grande crisi – che è cambiamento di ricchezze, dei centri di potere economico – sta inserendo sbarramenti e nuove deviazioni.

Uno dei motivi per cui non credo che i quotidiani di carta scompariranno sta proprio nel persistere e nell’acuirsi dei fattori di diseguaglianza. Uno dei motivi.
Il superamento della barriere tecno-architettoniche è una sfida verso l’inclusione di massa.

martedì 23 novembre 2010

Contagio

La crisi del debito irlandese potrebbe essere più seria del previsto. C’è il rischio una reazione a catena in grado – alla fine – di coinvolgere paesi troppo grandi per essere salvati: Spagna e Italia (qui).
Situazione seria, “la crisi finanziaria ed economica non è ancora finita”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. Con buona pace di chi ha dipinto il 2010 come l’anno della svolta e della ripresa.

Errore in cui non è caduta lavoce.info – per me uno dei siti d’informazione economica più interessanti, anche nella formula di distribuzione del contenuto – . Una rubrica “Informazione/Vero o falso?” tiene informati i lettori sul reale andamento della economia italiana. Ottima chiave di lettura per valutare la qualità informativa che passa sui media mainstream.

I dati Istat sull’andamento del prodotto interno lordo, con dentro le stime preliminari relative al terzo trimestre, registrano una brusca frenata. Crescita quasi nulla, con livelli lontani da quelli pre crisi. Performance ancora più negativa considerando che l’Italia, tra i paesi più sviluppati, ha subito il calo maggiore. Peggio ha fatto solo la Spagna (qui da lavoce.info).

lunedì 22 novembre 2010

Via dal web, solo i-Pad

The Daily sarà il primo giornale concepito unicamente per l’i-Pad (qui). Non avrà un corrispondente cartaceo o un sito online. L’accordo tra Apple e News Corporation prevede un prezzo di 0,99 dollari per ogni download.

Si apre una nuova via per il giornalismo? Si chiede Ben Parr su Mashable (qui). Si può aggiungere un’altra domanda: l’informazione torna dentro gli steccati dello scorso millennio?
Le iniziative di Rupert Murdoch vanno tutte in quel senso: The Times, The Sunday Times e The Wall Street journal sono raggiungibili solo con la sottoscrizione di un abbonamento.
Per gli editori sarebbe la soluzione ideale, una restaurazione in grado di ripristinare l’oligopolio - insieme alla Tv – nella produzione di notizie. Purtroppo o per fortuna il percorso verso il ritorno al passato è pieno di ostacoli. A iniziare dal risultato economico: le performance registrate dai due quotidiani britannici suscitano numerosi dubbi sulla validità del modello (qui da Il Giornalaio, qui da The Independent).

La scelta “solo i-Pad” si colloca in un terreno diverso. È la negazione di tutti i bei discorsi su condivisione, informazione liquida, web 2.0. Carta trasformata in bit.
Si tratta di una scommessa di un grande editore che pubblica in lingua inglese. Fatto non irrilevante, visto che può contare su un potenziale mercato globale, seppure sempre di nicchia.
Una simile iniziativa in Italia sarebbe difficilmente sostenibile. Piccoli numeri per – eventuali - micro guadagni. La strada del device di Apple potrebbe avere, invece, un ottimo futuro nelle pubblicazioni professionali. Prodotti ad alto valore aggiunto che si rivolgono a lettori disposti a pagare e a rinunciare al peso fisico della carta.
Ma questa, rispetto ai quotidiani, è un’altra storia.

venerdì 19 novembre 2010

Forever game

E se la costruzione del senso fosse affidata ai giochi? Il palcoscenico di un video game per tracciare una storia, fissare i presupposti sociali ed economici, per illustrare le conseguenze. Di questo si sperimenta al Georgia Institute of  Technology (qui).
Innovazione che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Grazie all’estensione temporale dell’età del gioco, ulteriormente alimentata da device e smartphone.

giovedì 18 novembre 2010

Operazione lavoro

Robert Kennedy: “Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta” (ignoravo la citazione, ne sono venuto a conoscenza tramite Facebook, nella fan page di Professione commercialista).
+
L’Economic Outlook dell’Ocse prevede una crescita moderata per il 2011 (seppure persistano fattori di rischio). Dunque, il prodotto interno lordo aumenterà di poco nei paesi sviluppati, anche se “la disoccupazione resta ancora alta in molti Paesi” (qui).
=
Dati i due addendi, il risultato è questo: la questione del lavoro è il problema centrale dei paesi occidentali. L’ostacolo da superare per ridare slancio allo sviluppo. Economico e sociale.

Considerazioni banali, al limite della retorica – che peraltro ha un suo nobile posto nella comunicazione – che alcuni recenti fatti dovrebbero portare alla ribalta nel dibattito politico. E da lì nei media.
Eppure c’è il rischio che restino circoscritti in spazi, magari importanti, ma pur sempre di nicchia.
La protesta di Paola Caruso contro il precariato è stata un evento della rete. Ma il lavoro precario non è virtuale, coinvolge uffici, cantieri, negozi.
Nell’operazione lavoro, quella che dovrebbe portare al risultato finale – ovvero trovare delle soluzioni – manca un fattore.

mercoledì 17 novembre 2010

Taglia small per cambiare

Nell’analisi su potere, accesso ai media e gatekeeper, scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere, Egea 2009, pag. 251):
“Il terreno comune è il fatto che ciò che risulta attraente per i pubblico fa crescere audience, introiti, influenza, e prestigio professionale per i giornalisti e commentatori televisivi. Tradotto nell’ambito della politica, vuol dire che l’informazione che ha maggior successo è quella che massimizza gli effetti di intrattenimento che corrispondono alla cultura consumista di marca di cui sono permeate le nostre società. Il concetto di democrazia deliberativa basata sull’inchiesta d’approfondimento e la discussione informata è in netto contrasto con le tendenze culturali generali del nostro tempo… Ciò non significa che la gente non abbia a cuore le questioni importanti. Significa che affinché questi temi (per esempio l’economia, la guerra, la crisi degli alloggi) vengano percepiti da un vasto pubblico, devono essere presentati nel linguaggio dell’infotainment, nel senso più ampio del termine: non solo eventi comici, ma anche drammi… “
Castells attribuisce questa logica di funzionamento sopratutto ai media mainstream, mentre riconosce meccanismi diversi – e più autonomi – all’autocomunicazione di massa che prende forma attraverso la comunicazione digitale.

Diversità che esiste, ma in quella parte che, per sintesi, può essere compresa nella blogosfera e nei social media. Nicchie. L’infotainmet è la stella polare dell’informazione, se si mira al profitto. Limitando l’analisi al web, la palizzata è rinforzata anche dall’imporsi delle logiche seo, che istituzionalizza infotainment nel profondo, andando ad incidere nella forma dello scrivere, nell’ordine – grammaticale - della parole.

Il mercato è sempre più stretto. E non solo quello dei ricavi pubblicitari – che si sono ridotti -. Tira, sulla pancia, pure il vestito di chi intende produrre innovazione, a partire dal contenuto. Gli spostamenti possibili sembrano pochi, a meno che si decida di aggirare lo steccato scavando. Ma questa è informazione verticale.

martedì 16 novembre 2010

Esigenze primarie

Secondo quanto riporta Pej (qui) i temi dell’economia hanno ricevuto maggiore attenzione nella copertura dei media Usa durante la settimana appena conclusa. Superando anche le elezioni di medio termine.


Una simile attenzione non è una novità, anzi è una costante degli ultimi due anni. E non è una buona notizia. Le difficoltà economiche – disoccupazione, scarsa crescita, indebitamento – permangono e sono previste in moderato peggioramento.
Qui non si respira aria migliore. In Europa, dove la crisi del debito pubblico rappresenta una concreta minaccia per l’area euro. In Italia, dove la disoccupazione e una debole crescita, stanno mettendo a dura prova la tenuta del sistema industriale e del tessuto sociale.

Non per questo i media, soprattutto mainstream, abbandonano la rotta del soddisfacimento delle esigenze primarie. Ovvero gossip, politica e tutto l’intreccio che sta tra questi punti cardinali. Ci sono pochi tentativi di abbandonare l’agenda fissata dal potere politico e fortemente voluta – dopotutto – dal pubblico.

lunedì 15 novembre 2010

Affamati

Sciopero della fame. La protesta di Paola Caruso (qui), precaria da sette anni al Corriere, sta animando una vivace discussione. Non solo in rete – la blogosfera (qui) –, ma anche negli uffici. Anzi là se ne parla da tempo.

Atto tendenzialmente estremo, oltre alle vicende personali - oltre alla questione dell'art. 2 e dell’ordine dei giornalisti – che mostra l’indice sulla questione del lavoro precario. Quella precarietà, nella doppia lettura di incertezza e paghe basse, che sta bruciando, nella professione, nella vita, un’intera generazione.
La legge Biagi non ha colpe, le leggi spesso seguono e non disegnano la realtà. Prima di essa c’erano – e ci sono ancora – le partite Iva e i collaboratori coordinati e continuativi. Ebbene, il pacchetto di norme introdotte dalla legge 30 ha sicuramente fissato paletti di maggiore protezione nei confronti dei lavoratori.
Altra faccenda è l’uso improprio che ne fanno le aziende, ovvero una legge utilizzata non per gestire la flessibilità, ma come strumento per calmierare gli stipendi. E sta in questo il pericolo maggiore perché, se questo è il fine, l’incertezza del rapporto di lavoro non può che diventare una costante durevole nel tempo.

Spostare le lancette indietro sarebbe bello, ma temo impossibile. Il paese, come gli altri del resto, è dentro a un profondo cambiamento geo-strutturale. La cui lettura dei contorni sarà compito degli storici di domani. Ora c’è un dato, evidente: la struttura produttiva difficilmente potrebbe sopportare l’imposizione di un mercato di lavoro eccessivamente rigido.

Si vive di scontri generazionali, in un paese vecchio. Scontro tra gli assunti con il vecchio regime – con “l’indeterminato” – e i co.pro, le partire Iva. Tra i giornalisti con il patentino e gli editor.
Scontro tra quelli che vanno in pensione con il retributivo e quelli che godranno degli effetti del contributivo. Scontro generazionale trasversale a tutti i settori. Nelle case editrici, nelle fabbriche, negli uffici.

I bassi stipendi e il precariato, in una visione di sistema, rappresentano un problema per la ricchezza generale. Chiaro, in questo senso, il governatore di bankitalia, Mario Draghi: l’incertezza del lavoro mina “produttività e profittabilità” (qui).
C’è l’attesa, per una risposta politica. Che dovrebbe essere nel segno della tutela dei diritti e del cambiamento. L’allargamento della cruna del mercato del lavoro sarà tema centrale della futura campagna elettorale? Non c’è da scommetterci, anzi il frame immigrazione/criminalità potrebbe nuovamente imporsi. Eppure una base di discussione ci sarebbe, quella del contratto unico a tutela progressiva. Una soluzione da seguire, con attenzione.

venerdì 12 novembre 2010

Lavorare da casa

Da leggere l’intervista a Luca Ascani, presidente di Populis, una piattaforma d’informazione capace di produrre 10mila contenuti al mese, in otto lingue diverse (qui in Lsdi e qui in Ciaoblog).
Soprattutto là dove afferma che "non abbiamo giornalisti ma tutti web editor che lavorano da casa… ".

Content farm, dunque, e un intelligente business model, basato sulla pubblicità performance .
Un micro sistema in equilibrio, ma che non può non fare sorgere qualche dubbio circa la sua etica riproducibilità. Un popolo di scriventi casalinghi, magari in partita Iva, quanto può garantire un’informazione libera da influenze commerciali?

mercoledì 10 novembre 2010

Viaggiare con Street view

Un percorso fotografico costruito con le immagini fissate da Google. La freccia ferma, (quasi un album): il racconto dell’uomo in un’idea originale.

Senza parole. Scritte

Crescita lenta, mercato di nicchia. L’Iptv e i video on demand non dovrebbero scalzare il dominio della televisione così come oggi la conosciamo. Opinione emersa durante il Westminister media forum e argomentata dai Ceo d’importanti aziende del settore (qui in paidContent:UK).
La tv lineare, seppure rinnovata nella variante digitale, come modello di business ancora di riferimento e come strumento d’informazione dominante. Uno strumento che fa della trasmissione orale il punto di forza.

Oralità che prende dimensioni più massicce anche sul web – tolte le aree di nicchia, professionali –. Il processo di restringimento delle parole scritte è sempre più accentuato.
La parentesi aperta da Gutenberg sta per chiudersi? Probabilmente sì, almeno nelle forme conosciute fino a poco tempo fa.
Più lettori sul web e il web che cambia gli strumenti per descrivere la realtà. Si scrive di meno o meglio lo scritto diventa flash, sequenza istantanea che, nella sua rappresentazione – in assenza di un costrutto complesso e articolato  –, assume connotati simile a un messaggio audiovideo. L’esempio sono twitter, le dirette di grandi eventi realizzate dalle testate: brevi messaggi, poche battute.
A ciò ci aggiunge l’uso dei video, delle fotogallery.
Non solo, la maggioranza dei lettori si ferma alle prima parte del testo.
Riduzione dello spazio che per il testo scritto è fisica: le grafiche dei quotidiani cartacei vanno tutte in quel senso.

Dunque oralità multipiattaforma. E c’è in questo un ritrovarsi in uno spazio comune televisivo, seppure autoprodotto, autoselezionato e auto diretto.

martedì 9 novembre 2010

Adottati digitali

Il dibattito sul futuro dei media è polarizzato attorno a due stati emozionali, entusiasmo e paura. Nel mezzo ci sta una realtà sempre più complessa e difficilmente comprensibile nel suo insieme.
In passato il percorso che portava al prodotto finale era relativamente semplice o quantomeno lineare. Redazione, marketing, vendite/distribuzione, da un lato, e pubblico – tendenzialmente omogeneo e “prevedibile” – dall’altro.

La rivoluzione digitale – che rischia di assumere connotati tolemaici nella mistica del tecnologico o del buon vecchio tempo andato – continua scompaginare dati e certezze appena acquisite. Una complessità arricchita - per le potenzialità che porta con sé – e in frenetico movimento.

Marco Dal Pozzo (qui in madplab.it) segnala un articolo nel quale si evidenzia l’avanzata del mercato senior. Persone dai 50/60 in su sempre più utilizzatrici e consumatrici delle nuove piattaforme.
Al pubblico dei nativi digitali se ne affianca un altro – potenzialmente più numeroso, considerati i baby boomer degli anni ’60 –, quello degli adottati digitali.
Cambio non da poco e sempre nel segno della maggiore complessità.

Se questi saranno i lettori di riferimento, il passaggio verso i nuovi media - più cauto - potrebbe assumere le forme di una convergenza dal forte sapore di sintesi. Meno strappi e innovazione senza soluzione di continuità.

lunedì 8 novembre 2010

Pubblica trasparenza, l’esempio inglese

Il primo ministro britannico l’ha definita una rivoluzione. E al netto della retorica politica, il sito Transparency è un interessante esempio sull’uso del web come strumento di rafforzamento della democrazia e del consenso (attività legittima per un organo politico, se fondata su fatti reali).

La piattaforma è ancora in fase beta, ma già da ora sono pubblicate numerose informazioni. Costi della missioni estera, le spese e gli stipendi per i dipartimenti pubblici. Fino ai regali ricevuti e ai viaggi all’estero dei ministri (qui l’articolo pubblicato dalla Bbc).

venerdì 5 novembre 2010

Giornalista, redattore, specialista

L’editore 2.0 secondo Banzai (qui la presentazione in occasione dello Iab Forum, qui le slide) – terzo operatore internet in Italia – è un "producer": non generatore di contenuti, ma organizzatore di quelli già esistenti. La costruzione del senso diventa reintermediazione e gestione del processo di emissione.
Rivoluzione anche terminologica. Nella redazione 2.0 non ci sono “giornalisti”, ma “redattori”, domani saranno “specialisti”. E nel tempo aumenterà sensibilmente il ruolo di chi si occupa della tecnologia.


Nomi e percentuali nuovi, che indicano lavori diversi rispetto agli attuali.
Un processo in corso che evidentemente non può essere sostitutivo, piuttosto sarà integrativo.
Editori tradizionali – rivisti e corretti – conviveranno con le nuove figure, evolvendo verso un orizzonte multipiattaforma non solo per device tecnologici, ma pure per generatori/organizzatori di contenuto. Perché la sopravvivenza dei primi è garanzia di successo per i secondi.

giovedì 4 novembre 2010

Note di viaggio

Guardare dal basso è utile. Punti di vista nuovi, realtà diverse si aprono sull’orizzonte. Sul web il basso è fisico, sta in fondo agli articoli, nel posto occupato dai commenti. Sta oltre, nella dimensione dei back office di pre-pubblicazione. E sta anche nei portali, realtà in Italia da più di cinque milioni di utenti unici al mese. Non sono giornali, ma fanno informazione. Non sono giornali, ma sono parte importante nella spartizione della torta pubblicitaria.

Con tutti i limiti dell’esperienza personale, che può essere significativa, dare slancio a qualche intuizione, ma conserva i rischi di una lettura della realtà parziale o comunque influenzata dal proprio individualismo in rete (Castells, 2009), ho preso qualche nota su comportamenti e usanza dei lettori/utenti.

- La domanda è pesantemente plasmata dall’offerta. Soprattutto televisiva. Da qui, l’assenza di soluzione di continuità tra ciò che pubblicano gli editori Tv e quelli online. Anzi vale la regola di riprendere l’argomento lanciato da qualche televisione il giorno o la sera prima. Il successo – le pag view – è garantito, pur in assenza di qualsiasi creatività o approfondimento. Provocatoriamente: non serve arrivare prima e neppure serve seguire il consiglio di Jeff Jarvis “Cover what you do best. Link to the rest”. E’ sufficiente dare risalto, in poche battute, ai fatti del palinsesto televisivo.

- La maggioranza dell’utenza ha un basso livello di conoscenza del web e di ciò che offre. I commenti in fondo all’articolo sono “chat”, sono “forum”. Un piccolo strato di vernice tecnologica che porta con sé l’abitudine e l’estrema difficoltà per nuovi attori – soprattutto piccoli – d’imporsi all’attenzione.

- L’informazione generalista è tanta, simile, indifferenziata: le nuove iniziative online (il Post, Lettera 43) rischiano d’essere schiacciate da soglie d’attenzione minime. E ancora: l’introduzione dei paywall è molto, ma molto rischiosa. Tra pagare o non pagare, molti potrebbero di decidere di trovare altre fonti oppure, semplicemente, di evitare d’informarsi (ma è ancora una provocazione).

mercoledì 3 novembre 2010

Un filo per tessere il futuro

Nel 2010 la raccolta pubblicitaria su Internet è cresciuta del 15%, con un giro d’affari di un miliardo di euro. E nei prossimi tre anni potrebbe aumentare del 50%. In attesa del boom sui social network.
Lo dice Roberto Binaghi – Italia Oggi, 3 novembre 2010 – presidente Iab Italia e vicedirettore generale Manzoni.

Un mercato pubblicitario in crescita è una buona notizia (peraltro associata con la tenuta di quello dei canali tradizionali, anche se qui le previsioni sono meno ottimiste).
E pure l’emergere, come luogo di business, dei social network è un fatto positivo. Pur essendo ambienti privati e controllati, moltiplicano le occasioni di esposizione dei contenuti. Un’alternativa all’oligopolio dei motori ricerca, soprattutto alla Google-dipendenza.

Il Giornalaio segnala (qui) l’intervista al direttore di Die Zeit, Giovanni Di Lorenzo, pubblicata da El Pais. Il quotidiano tedesco rappresenta un caso di successo – in sette anni crescita del 70% dei ricavi e del 60% delle diffusioni – , raggiunto attraverso la qualità dei contenuti e un sapiente mix tra versione cartacea e piattaforme digitali.

L’emergere di nuovi protagonisti nel processo di reintermediazione – i social network - , l’affermazione di editori sapienti e capaci di sintetizzare il vecchio e il nuovo, sono il filo - oggi ancora sottile - per tessere un vestito diverso all’ecosistema dell’informazione.

venerdì 29 ottobre 2010

They have a dream

Ejo riporta (qui) i risultati di una ricerca effettuata da Perfect Market (qui): non sono le soft news a generare più traffico e ricavi pubblicitari. Secondo i ricercatori – l’indagine è stata condotta su 15 milioni di articoli pubblicati da 21 siti d’informazione – gli articoli più letti sono quelli che trattano di problemi sociali ed economici. Il lavoro e la disoccupazione, la crisi finanziaria e le rate del mutuo.

Questo al di là dell’oceano. Forse.
Se si torna entro i confini italici, il panorama cambia sensibilmente. Tenendo ferma l’accoppiata guida della raccolta pubblicitaria – pagine viste/utenti unici – l’infotainment è inattaccabile. Mediamente  un pezzo su temi economici (pensioni, lavoro) performa in termini di pagine viste circa quattro volte di meno rispetto alla cronaca nera (delitto di Avetrana) o al gossip politico (Ruby e tutti gli annessi). Google alle parole “Bunga bunga”, restituisce 12milioni di risultati, “rate mutui”, 879mila, “disoccupazione”, 368mila.

Questa è la realtà, che può e probabilmente deve essere cambiata – con cause da indagare, valutare: io credo che un ruolo importante sia stato giocato dall’offerta -. Se si parte da letture scorrette, le conclusioni rischiano d’essere, nella migliore delle ipotesi, deludenti.

giovedì 28 ottobre 2010

Percezione della crisi, un timone per i media

Vale la pena leggere l’indagine Acri-Ipsos sugli italiani e il risparmio. Il lavoro evidenzia la consapevolezza che l’uscita dalla crisi sarà lunga. E mostra un paese polarizzato e sfaccettato – tipico di tutte le economie avanzate. Nonostante le attese negative, crescono i soddisfatti della propria situazione economica. Aumentano le famiglie che hanno mantenuto il proprio standard di vita e diminuiscono quelle in grado di miglioralo.
Tiene il risparmio – una famiglia su tre – seppure questa risorsa (quella che fino ad ora è stata il vero ammortizzatore sociale nella grande crisi) si sta progressivamente depauperando.
Il rapporto è disponibile qui, qui la sintesi di Angelo De Marinis da Virgilio.it.

Il rapporto può essere utilizzato come punto di osservazione sui futuri contorni dell'informazione, a partire dai dati riportati nella tabella.

Le preoccupazioni per il futuro sono in sensibile rialzo e coinvolgono la larga maggioranza degli italiani. Da vedere come sarà realizzata la copertura su queste tematiche: fosse fatta con creatività e innovazione potrebbe diventare l’occasione per (ri)conquistare la fiducia dei lettori.

mercoledì 27 ottobre 2010

Tetrarchia

Un fondo per l’innovazione nel giornalismo. Il motore di ricerca stanzia 5 milioni di dollari alle organizzazioni non profit che si occupano di ripensare il mestiere dello scrivere (qui Official Google Blog).

Cambiare. Così come sta profondente mutando l’uso di internet nel mondo. Lo dice la ricerca di Tns, Discover Digital Life (qui e qui l’ottima sintesi da Tecnoetica).
Crescita impetuosa, soprattutto dell’attività di social networking che spinge le connessioni mobili, destinate a superare quelle fisse.
Dunque autocomunicazione di massa – il cui impatto è ancora da valutare nella sua interezza -, un fenomeno che potrebbe limitare il monopolio di Google. Verso un futuro con più tetrarchi? E anche il contenuto sarà tra questi?

martedì 26 ottobre 2010

Codex sensazionale

Un codice internazionale di etica dell’informazione. E’ quanto propone l’European journalism centre. Si fonda su cinque principi: ricerca della verità, rispetto della privacy, difesa della libertà di stampa, rifiuto della discriminazione e del sensazionalismo (qui la sintesi da Lsdi).

I codici etici sono sempre da valutare con diffidenza. Nella migliore delle ipotesi sono il segnale di un problema. E sono spesso inutili.
Il contenuto del “codex” traccia linee ovvie: verità, libertà, discriminazione, privacy. Poco da dire. Seppure fosse adottato – da chi? blogger, editori e ordini, giornalisti -, il giorno dopo lo scorrere del fiume editoriale non cambierebbe corso.

C’è il rifiuto del sensazionalismo. E cos’è? Disseppellire i morti, vivisezionare i cadaveri, fare spettacolo con i drammi umani? Paletti posti su un terreno talmente molle da renderli inutili.
Se non piace la piega che ha preso l’informazione - ridondante, stereotipata - non servono regolamentazioni.

È giustificata la preoccupazione di chi pensa che l’offerta influenzi la domanda. 
Ma un simile panorama dopotutto è anche un’occasione per chi vuole provare strade diverse. Sono convinto che ci sia un arcipelago civile in grado di diventare massa. Serve il coraggio di proporre un contenuto diverso, lavorare ai fianchi e con pazienza. Il successo di alcune trasmissioni di qualità televisive – la tv, luogo indicato come la culla del sensazionalismo spiccio – dovrebbe essere di buon auspicio.

European Code of Media Coverage Ethics                                                               

lunedì 25 ottobre 2010

L’equilibrio degli immobili

Forse non è data journalism nel senso stretto della definizione, ma sicuramente il lavoro dell’Economist sull’andamento del mercato immobiliare è informazione di alto livello.
Il tool consente di monitorare, tendenzialmente nel periodo 1987 – 2010, le variazioni dei prezzi delle abitazioni. Fluttuazioni a parte – consiglio di giocare un po’ con il grafico, un esercizio in grado di fornire qualche indicazione sulle reali origini della Grande crisi – l’Economist si conferma come una pubblicazione che ha colto il giusto equilibrio sull’uso delle piattaforme carta/digitale.

venerdì 22 ottobre 2010

Articolo 41 e diritto allo studio

Giugno 2010. Nella ricerca ostinata del capro espiatorio, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti individuava la causa della crisi economica – dopo globalizzazione, finanza creativa e Cina – e della tenace burocrazia italica: l’articolo 41 della Costituzione.
Secondo il ministro andava modificato per garantire una reale libertà d’impresa.
Applausi, codazzo mediatico, tendenzialmente favorevole all’impugnazione del testo costituzionale.
Argomento rimasto caldo per qualche giorno e poi gettato via. Silenzio, per manifesta infondatezza.

Eppure non sono i mostri – presunti – ministeriali a minare l’economia e lo sviluppo della Penisola. Altri, invece sono reali, come il drastico taglio del fondo per le borse di studio universitarie.
I media mainstream tacciano, ne parla Federica Laudisia (qui in Lavoce.info). Il fondo passerà nel 2011 a 70 milioni di euro dagli attuali 96, ovvero ai livelli del 1998.
Lo studio è sempre meno un diritto.

giovedì 21 ottobre 2010

Il giornale come applicazione, il salto del gambero

Le app dei quotidiani forse sono un passaggio necessario, ma per ora sono un ritorno al passato. La diffusione dei media di massa è stata una conquista, peraltro lenta e non completa, delle società occidentali. Ostacoli alti, di reddito, culturali, sono stati superati.
Bene o male, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, l’informazione è diventata meno autoreferenziale e ha toccato nuove parti della società. Il giornale per supporto e prezzo diventa largamente accessibile, a patto – naturalmente - d’avere gli strumenti culturali necessari (e a questo ha provveduto una valida scuola pubblica).

E oggi? Device mobili – costosi -. Connessioni – sicuramente non gratuite -. Quotidiani come applicazioni – là dove è assente il digital divide -.
“E’ la modernità bellezza”.
Tutto ciò mentre è in atto un palese arretramento dell’efficienza e del ruolo dell’insegnamento pubblico.
Per fortuna stanno arrivando nativi digitali. E già. Ma in Italia quanti sono? Quali livelli di reddito hanno?
Nelle risposte ci sta il futuro, non solo dell’editoria.

mercoledì 20 ottobre 2010

Neonati digitali

L’81% dei bambini al di sotto dei due anni ha un profilo online, costituto soprattutto da foto. Il 92% negli Stati Uniti, media che si abbassa al 73% nei cinque maggiori paese dell’Unione europea, Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna. Profili che a volte anticipano la nascita - sono i concepiti digitali -, ovvero il 23% dei genitori pubblica sul web le ecografie prenatali.
La ricerca realizzata da Agv, società produttrice di software antivirus, è disponibile qui, via Business Wire.

Dunque il web come luogo pubblico della memoria. Con tutti i rischi che si corrono per chi si affida solo ad esso. E i vantaggi. Per le società di marketing, che possono monitorare da vicino uno dei mercati più redditizi, quello dei prodotti per l’infanzia.

martedì 19 ottobre 2010

Wild life map

Esiste anche la bio-diversità reale, oltre quella metaforica dell’informazione. Entrambe sono in pericolo.
Per la prima la tecnologia potrebbe dare un aiuto. Il progetto protectedplanet.net, presentato in occasione del summit sulla biodiversità di Nagoya, combinando dati provenienti dalle risorse del web – Google maps, Panoramio, Wikipedia, Panoramio, Gbif  – offre la possibilità di visitare le aree protette di tutto il mondo.
Conoscenza come fondamento della tutela e dell’agire. Anche se non sempre l'equazione funziona.

lunedì 18 ottobre 2010

Commercialista_online, un caso da seguire

Trovo utile condividere le slide dello Studio Panato sulla presenza online. Un’esperienza che potrebbe servire a molte aziende – non solo ai liberi professionisti – per ridefinire ruoli, strategie.
Scomposizione e riordinamento che, sfogliando le slide, sono partire da qui: "stiamo seguendo un percorso, non sempre chiaro, che ci ha portato a essere più forti".
Ovvero agire, anziché ignorare.

Spesa pubblica made in UK

Il grafico interattivo pubblicato sul Guardian fornisce un interessante spaccato circa l’andamento della spesa pubblica in funzione dei governi e degli eventi storici succedutosi dal 1948.


Interessante non solo per il contenuto, l'info grafica ha un alto livello di efficienza nel raccontare i fatti. In perfetta funzione con il mezzo tecnologico.
I grafici interrativi sono strumenti che fanno - tendenzialmente - pochi click, almeno rispetto all'impegno che richiedono per la pubblicazione. Il motivo per cui in Italia ce ne sono pochi. Un peccato perché un grafico interattivo è contenuto - unico, originale, poco copiabile -.
E' contenuto che ha un senso sui device mobili, soprattutto per l'editoria professionale (in ambito finanziario e fiscale, per esempio).
E' contenuto per cui potrebbe valere la pena sottoscrivere un abbonamento.

venerdì 15 ottobre 2010

Il fascino del passato, l'incertezza del presente

Roy Greenslade racconta nel suo blog (qui) che gli studenti di giornalismo non leggono i quotidiani. Preferiscono il web per informarsi.
Eppure la stragrande maggioranza ambisce a un’occupazione presso i tradizionali media mainstream. Fascino di un'autorevolezza ancora forte. O forse consapevolezza che un’attività su internet è ancora – se è possibile – meno remunerativa e più incerta rispetto al lavoro nelle “vecchie” redazioni.

giovedì 14 ottobre 2010

Morti ammazzati, politica e costume

La ricerca "Osservatorio sugli stili e sulle tendenze di consumo degli italiani" - realizzata da Ipsos e presentata il 13 ottobre in occasione del convengo Consumers’ Forum – mostra l’occupazione della cronaca nera e della politica interna sul Tg1, che resta il telegiornale di maggiore ascolto in Italia. Gli spazi dedicati a questi argomenti – in aggiunta anche a “costume e società” – sono sensibilmente maggiori rispetto al trattamento riservato da altre testate europee. Si parla poco, invece, di economia e lavoro: su questi temi il Tg1 si pone in fondo alla classifica (la ricerca è disponibile qui).

Anche sulle altre testate televisive e su web mainstream (Msn, Libero, Virgilio, Corriere, Repubblica), la ripartizione editoriale segue la stessa tendenza, seppure in forme e modalità diverse.
La stessa ricerca evidenzia che alla domanda “quali sono i problemi più urgenti oggi in Italia?”, i cittadini indichino il lavoro e l’occupazione come fonte delle maggiori preoccupazioni.


Un segnale della trasformazione – in corso – dell’informazione in infotainment?

mercoledì 13 ottobre 2010

Giovinastri: delocalizzati oggi, lettori domani

Alan Mutter traccia il profilo dei nativi digitali (qui), utilizzando i risultati di un’indagine francese realizzata da Bva.
Un popolo, compreso fra i 18 e i 24 anni, che mostra attitudini e comportamenti in parte nuovi. La tecnologia si mischia alla giovane età. Il rifiuto generazionale dell’autorità è vecchio come la storia del mondo, manifestato in forme e modalità diverse. E poi arrivano la conoscenza multitasking, il consumo veloce dei contenuti. Conseguenze dell’età digitale, si dice.

Catturare il pubblico di domani, i nativi digitali, è una sfida, una delle tante che deve affrontare l’industria editoriale, ma anche chi dello scrivere ne fa una professione.

L’innovazione è un dettaglio. E’ la scatola. L’accento sulle potenzialità del social, sulle meraviglie tech, sulla comunicazione di massa, sono spesso autoreferenziali. Manca – e mi riferisco al paese in cui vivo e che conosco meglio – una scelta ideologica. Ovvero raccontare, costruire un contenuto editoriale per un pubblico di lettori, non utenti. Non sono banalità, anzi lo sono, in luogo normale del mondo non qui.

Ai nativi digitali si dovrebbe assicurare un futuro professionale, non di compratori di giornali. Le mirabilie digital-tecnologiche-social-mediali se non sono animate con gli scritti e l’impegno dei lavoratori – uso questo termine nel senso più nobile e più ricco – pagati dignitosamente e regolarmente sono prodotti scadenti. Un cambiamento in realtà è in atto, forse l’unico, ed è la delocalizzazione generazionale.

martedì 12 ottobre 2010

Superindice Ocse grande scultore

I primi otto mesi del 2010 registrano una robusta crescita degli investimenti pubblicitari, con balzi, per radio e internet, a due cifre (rispettivamente + 12,8 e + 17,7%). La stampa partecipa solo in parte alla ripresina. I quotidiani a pagamento beneficiano del segno positivo (+3%), ancora in forte sofferenza free press, - 10,8% e periodici, – 8,4% (qui in Prima comunicazione, il report completo su dati Nielsen).

Gurtej Sandhu, responsabile del Times digital, traccia un bilancio positivo sull’introduzione delle news a pagamento (Italia Oggi, martedì 12 ottobre 2010, pagina 19, resoconto dell’intervento tenuto in occasione del World editors forum di Amburgo). Il paywall – secondo Sandhu – avrebbe rinsaldato il legame giornalista-lettore e portato una maggiore fidelizzazione. Obiettivi, tutto sommato, raggiungibili pure attraverso l’offerta di contenuti free. Comunque, a ogni buon conto, i reali risultati economici saranno diffusi tra qualche settimana.

Dati che dovranno fare i conti con le condizioni dell’economia, il superindice Ocse registra un rapido deterioramento. Per molti paesi il ritorno alla crescita zero è un rischio concreto.
Il peggioramento – possibile, non certo – se sarà forte potrebbe ancora di più stravolgere i contorni del mercato editoriale sia tradizionale sia declinato al digitale.

lunedì 11 ottobre 2010

Sincronizzare

Xmarks è un ottimo e diffuso servizio di sincronizzazione dei bookmark. Utile per chi adopera computer diversi.
Pochi giorni fa la società ha dato annuncio dello stop entro la fine dell'anno. Ora sembra tornare i suoi passi (qui), forse - si legge sul sito - all'orizzonte si profilano società interessate a mantenere in vita il servzio.
Evviva, dunque? Intanto è partita una richiesta di sottoscrizione a pagamento.  Il gratis - seppure spesso apparente - è ovunque minacciato.

venerdì 8 ottobre 2010

Pensieri e parole

L’erosione del valore economico delle organizzazioni editoriali, impone dei cambiamenti. Che dovrebbero iniziare dal contenuto e non realizzarsi in strategie di marketing. Peraltro necessarie, ma come elemento di completamento e integrazione.

Raccogliendo osservazioni, riflessioni scritte su libri e online, alcuni spunti su cui tracciare le linee di un’innovazione, non strettamente tecnologica.

1) apertura non solo virtuale. Da seguire i casi in cui le redazioni escono dall’ufficio per installarsi fuori, tra la gente. Un quotidiano economico potrebbe organizzare giorni di lavoro dei propri giornalisti presso banche, poste. Una contiguità fisica con i potenziali lettori utile per creare rapporti di fidelizzazione.
2) collaborazione. Seppure ritengo che il lavoro professionale mantenga intatto il proprio valore, i contributi degli utenti diventano materiale per arricchire il contenuto e svolgere al meglio – post filtro e controllo – anche il ruolo di cane da guardia o comunque di servizio;
3) servizio, appunto. Il giornalismo d’inchiesta è importante in una società democratica, ma non è esaustivo. Un quotidiano deve fornire gli strumenti per capire la realtà, pure quella complessa, come la struttura giuridica/burocratica.

Il giornale diventa un centro di aggregazione, composto da lettori-comunità verticali, il cui rapporto – che si snoda attraverso l’elaborazione di contenuti originali e di qualità – recupera fiducia e credibilità. Due valori che hanno le potenzialità per introdurre un nuovo modo di promozione dei prodotti e dei servizi aziendali.

giovedì 7 ottobre 2010

La busta paga resta una giungla

Vittorio Zambardino chiede ai giornalisti di tornare a fare il proprio lavoro in maniera forte: "i lettori della rete non vi trovano soprattutto antiquati, vi trovano soprattutto inadempienti a un ruolo civile che si aspettano voi svolgiate". E agli editori una follia innovativa, che "non sono preparati a fare" (il testo integrale qui, Scene digitali).

La risposta ritenuta più efficiente – da entrambe le categorie – è quella del copia incolla, ovvero riprodurre sul supporto digitale quello che viene realizzato sulla carta. Zambardino parla di danno i-Pad perché ha "incoraggiato" una forma di conservatorismo, quella della riproposizione del giornale così com’è.

Forma mentale appiccicosa, spalmata su quasi tutte le testate online italiane.
E’ il caso, per esempio della guida alla busta paga pubblicata qui sul Corriere.it. L’argomento è solo apparentemente meno nobile delle inchieste – un buon servizio giornalistico e civile non è solo investigativo -.
Saper leggere il cedolino significa capire come si forma il proprio reddito. Eppure il quotidiano milanese non trova di meglio che pubblicare tre immagini della busta paga - l'impiegato, il dirigente, l'apprendista in maternità –, scannerizzate e scarsamente leggibili. Informazione approssimativa, nonostante l’articolo – che ha tutta l’aria d’essere un spot a favore dei consulenti del lavoro – si auto definisce "una guida ad alcune voci più frequenti dei cedolini d’Italia".
Valore e follia innovativa. Assenti, anche quando si parla di busta paga.

mercoledì 6 ottobre 2010

Note a margine

Open margin è una start up (segnalata da Luca Conti via Twitter). Si tratta di una piattaforma che si pone l’obiettivo di condividere tra i lettori le annotazioni pensate e tradotte in scrittura sui margini di un libro.
Progetto da seguire, forse da imitare. Soprattutto nel settore dell’editoria professionale. Uno strumento da offrire ai propri abbonati/utenti. La condivisione delle annotazioni, su un testo giuridico, su un manuale di contabilità, creerebbe tante comunità iper-verticali, profilate.

Ambienti nuovi, modalità di fruizione diverse dei contenuti. E un richiamo suggestivo al passato, ai quei giuristi che nel medioevo, attraverso una lunga opera di note – le glosse – hanno costruito, dalle fondamenta del Corpus Iuris Civilis, la moderna ossatura del diritto civile.

martedì 5 ottobre 2010

Trasparenza

European Journalism Observator pubblica un interessante articolo (qui) sul tema della credibilità. Sintesi di una tesi di laurea presentata presso la Technische Universität di Dortmund.
L’analisi è concentrata su quattro giornali, due tedeschi e due americani: la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Süddeutsche Zeitung , il New York Times e il Washington Post. E’ un percorso attorno alla questione della trasparenza delle fonti.

È possibile passare dal giornalismo d’inchiesta su carta e applicare i risultati dell’indagine – trasparenza => qualità => originalità dei contenuti - all’informazione online.
I dati Audioweb di agosto indicano 5 top traffico: Msn/Windows/Bing, Virgilio, Libero, Yahoo, La Repubblica, Corriere della Sera. Due siti d’informazione puri, altri tre hanno una forte componente editoriale (Virgilio, Libero e in parte Yahoo), solo Msn dedica meno peso all’informazione.
Ebbene applichiamo il tag “trasparenza delle fonti” sul pubblicato da queste testate. Il risultato è piuttosto scontato: nell’amalgama di bit offerto ai lettori, la ricerca di questo importante elemento che forma la qualità di uno scritto è ardua.

La puntuale trasparenza della fonte è propria del giornalismo d’inchiesta, mentre i siti online sono orientati a news fast food. Ed è questa la piega dell’informazione mainstream online. Ovvero un gioco al ribasso che in alcune realtà sta portando anche benefici economici – soprattutto in quelle non editoriali – ma che nel lungo termine minerà l’intero valore della filiera. Si paga un buon bicchiere di vino, non gli scrosci d'acqua piovana.

lunedì 4 ottobre 2010

Commenti a punti

I commenti sono utili per un sito d’informazione, ma possono trasformarsi in luoghi d’insulto, di minacce o, succede anche questo, in chat, dove si discute di tutt’altro (segnale, peraltro, da non trascurare).
Di solito ci si difende ponendo sotto registrazione l’uso dei commentari, soluzione che non elimina i rischi. E comunque rimane necessario impiegare risorse per il controllo. Le black list, basate su keyword, sono destinate a impietosi, quanto quotidiani, insuccessi.

La soluzione proposta da Reuters (qui da editorsweblog), in via sperimentale, va seguita con attenzione.
E’ un sistema che si fonda sulla reputazione sociale acquisita. In pratica i moderatori intervengono all’inizio, nel momento in cui un lettore comincia a utilizzare il servizio. Nel tempo, sulla base di valutazione fondata sulla bontà dei post, se l’utente si raggiunge un determinato monte punti, potrà commentare e discutere senza la necessità di alcun controllo o filtro.

venerdì 1 ottobre 2010

L'informazione che verrà

Giornalismo che esce dalle redazioni, entra nella comunità. E metabolizzato torna nelle redazioni per diventare articoli, opinioni. Sono le community news.
Il report - realizzato nell'ambito del progetto New Voices (J-Lab: The Institute for Interactive Journalism) - descrive l'attività di questi nuovi soggetti. Credo che la lettura sia consigliata.
New Voices: What Works

Corsera: la lettera, il contratto e la rete

La lettera del direttore De Bortoli ai giornalisti del Corriera (qui e qui il comunicato del Cdr) ha riportato d’attualità due temi.
Primo: la sostenibilità del contratto nazionale, nella sua parte economica e nella sua parte organizzativa.
Secondo, non meno importate: è stata ufficialmente sollevata la questione dell’applicazione dello stesso in numerose redazioni online ("… E, infatti, vi sfido a contare in quanti casi sulla rete è applicato il contratto di giornalista professionista… ").

La questione è questa: ha senso avere un contratto “forte” se poi non è quasi sistematicamente applicato in quel settori – la rete, il mobile – considerati i protagonisti principali nel modellare l’informazione di domani?
E non sempre le imprese ricorrono ad altri accordi collettivi con l’unico scopo – lo dico brutalmente – di pagare il meno possibile le risorse umane.
Forse il contratto non risponde più alla realtà della filiera produttiva.

Si dovrebbe avere il coraggio di comprendere le forme del odierno panorama informativo, per stilare regole diverse. Una nuova piattaforma comune che garantisca la tutela della deontologia professionale e dei diritti dei lavoratori. E nello stesso tempo permetta, a tutte le organizzazioni aziendali, di competere sul mercato ad armi pari.

giovedì 30 settembre 2010

Twitter poco credibile

Nonostante sia considerata l’ultima frontiera del giornalismo partecipativo, Twitter non gode di buona fama tra il pubblico. Il blog Mim’s Bits (Technology Review) segnala due ricerche (qui), dalle quali emerge come il microblogging goda di scarsa credibilità.
Percezione che a mio giudizio rende onore all’intelligenza collettiva degli utenti digitali.

mercoledì 29 settembre 2010

Economia, centro di gravità permanente

Il peggio è passato, forse. Ma negli Stati Uniti lo stato di salute dell’economia è ancora preoccupante. Il rischio del cosiddetto double dip è basso, ma esistono poche incertezze sul fatto che la ripresa possa subire un sostanziale rallentamento.
Dunque la copertura dei media sui temi economici resta molto alta, come riporta Pew (qui).


Il tema caldo, come in tutte le economie avanzate, è quello della disoccupazione. La scarsità di posti di lavoro è un’enorme ipoteca sulle prospettive di crescita.

martedì 28 settembre 2010

Mobile e apps, corsa all’oro

Nel Regno Unito gli editori digitali ripongono grandi speranze nei tablet e nelle applicazioni. La ricerca, condotta dall’Association of Online Publishers (che comprende numerosi brand storici come Financial Times, Guardian, Condé Nast), traccia un contorno ricco di progetti e forti aspettative.
Si è trovato il business model salvifico? Forse sì. E quali sono le minacce? Per gli intervistati sono due. Una locale, la Bbc, da tempo accusata d’essere un ingombrante concorrente per il settore. L’altra è globale, ovvero la situazione economia.

La terza occasione, dopo quella persa del web 1.0 e quella sprecata del web sociale, effettivamente presenta una caratteristica nuova. Si chiama controllo. Il sistema dei contenuti sembra, infatti, ricompattarsi dopo la dispersione e la frammentazione imposti dalla rete. Un processo che potrebbe consentire ai produttori di porre fine alla logica del tutto gratis.

lunedì 27 settembre 2010

L’impiegato che scrive

La destrutturazione dei media tradizionali, la forma abbozzata dell’informazione online stanno segnando il futuro della professione giornalistica.

A mio giudizio, in Italia prenderanno corpo tre tendenze:
- il contratto nazionale diventerà più aderente alle possibilità economiche delle organizzazioni editoriali. Inoltre molti istituti, che dovrebbero garantire il rispetto della deontologia e dell'autonomia del giornalista, perderanno efficacia;
- chi scrive sarà un impiegato. A tutti gli effetti, soggetto alla gerarchia e alle logiche aziendali: si bada al profitto (click per view), dunque alla quantità e alla velocità;
- in cambio, le retribuzioni potrebbero diventare - mediamente - dignitose.

venerdì 24 settembre 2010

Marketing editoriale

Da vedere la presentazione di Guido Masnata. Utile percorso sulle strategie possibili che condurranno a un'editoria eco(nomico)-sostenibile.

Kindle 3, direzione giusta

In questi giorni ho avuto modo di provare il nuovo supporto commercializzato da Amazon. E’ un ottimo strumento per la lettura di libri e fumetti in bianco e nero (Tex e compagni, per capire). Leggero, piccolo e a un prezzo ragionevole. Neppure per in istante l’ho percepito come una sala giochi, cosa che mi capita sistematicamente con iPad (lo so non è un e-reader, è… ?).
Segnalo su Kindle 3 la recensione di Stefano, qui.

giovedì 23 settembre 2010

Informazione per ricchi, scuola per poveri

Gli interventi sulla scuola stanno drenando risorse umane e finanziarie. Il progressivo smantellamento dell’istruzione pubblica, peraltro iniziato ben prima di questa legislatura, ha subito una forte accelerazione con i tagli imposti dal ministro Maria Stella Gelmini. Su questo concordano non solo insegnanti e precari, ma anche numerosi dirigenti scolastici. E non tutti provenienti dall’area politica coincidente con l’opposizione parlamentare (qui, sull'università, il rettore della Sapienza, Luigi Frati; qui su precari e tagli)

Condivido il giudizio di Girolamo De Michele (qui la recensione di Benedetta Tobagi del libro “La scuola è di tutti”, Repubblica), ovvero del disegno politico realizzato per foraggiare il business delle scuole private e rendere gli esclusi - perché non possono - “meno colti”, più controllabili.

Tornando al perimetro del blog, European Juornalism Observer (qui) racconta delle prossime iniziative italiane dell'informazione online, orientate sull’aggregazione di contenuti e caratterizzate da redazioni light. 

E’ riproposta l’intervista a Marco Benedetto fondatore di Blitz, il capofila italiano di queste pubblicazioni.
Questo passaggio, che hai tempi mi era completamente sfuggito, deve essere oggetto di riflessione:
“Per cominciare 100mila euro all’anno bastano e avanzano. Metà vanno ai ragazzi che lavorano con me: prendo studenti, disoccupati, precari. Ma sulla parte tecnica credo di aver scelto tra i più bravi”.
Sorvolando sulla delocalizzazione generazionale che sta subendo il Paese, per ragioni di luogo e spazio.

Se questa diventasse la ricetta dei nuovi giornali, il risultato finale non potrà che essere il confezionamento di prodotti di scarsa qualità. Con poche risorse investite sulle persone, sulla parte intellettuale – che dovrebbe essere il core nell’editoria – non si può offrire qualcosa di diverso.
Tendenza che potrebbe portare l’approfondimento, la produzione di buon livello dietro le sottoscrizioni di abbonamenti. A pagamento.

Ora se si torna al punto d’inizio, i tagli all’istruzione, si ottiene una perfetta quadratura del cerchio: una società divisa a metà.
I ben istruiti, provenienti da scuole private, con le risorse culturali necessarie, accedono all’informazione di buon livello.
Per l’altra parte, i figli delle scuole pubbliche, l’orizzonte sarà scritto dalle junk news.

martedì 21 settembre 2010

Aggregatori del lavoro altrui

Federic Filloux critica duramente l’Huffington Post, definito "the mother for all news internet impostures" (qui, Monday note). L’aggregatore è accusato di usare, attraverso sintesi "auto sufficienti", articoli prodotti e pagati da altre testate.
Il metodo. Si prende un articolo, firmato da una firma famosa, l'economista Nouriel Roubini, pubblicato sul Washington Post, tema di forte attualità: la riduzione della pressione fiscale. Il pezzo è sottoposto a cura dimagrante (qui): da 1045 parole a 410. Il risultato? 510 commenti e 72 Facebook like, il triplo rispetto alla fonte originale.

Si può rispondere che l’Huffington Post è altro, che la filosofia della rete è fondata sulla condivisione, che fissare delle regole in questa materia (copyright e dintorni) è praticamente impossibile. E in certi casi l’uso di materiale pubblicato su altri quotidinai entra nella fattispecie del diritto di cronaca.
Però la diffusione sempre più capillare di questa pratica non può generare qualche riflessione. Se tutte le testate diventassero aggregatori, per mancanza di risorse o perché più conveniente, l’ecosistema rischierebbe l’implosione. E’ evidente e non è una novità: il sistema digitale presenta l'anello debole nella generazione del profitto.
Un paradosso di fondo si aggira sulla rete: il fabbisogno finanziario è generato dal vecchio mondo analogico (carta, stampa, pubblicità, vendite), mentre la nuova dimensione tecnologica è un canale essenzialmente distributivo.